Rapporto valutativo

Rapporto valutativo

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Il Rapporto in cui il valutatore segnala i risultati raggiunti con la ricerca valutativa ed esprime giudizi e raccomandazioni (se nel mandato sono stati richiesti).

Il rapporto valutativo deve essere redatto secondo principi di utilizzabilità, e quindi di leggibilità (evitando eccessivi gergalismi) e brevità. Abma (1998) suggerisce uno stile mutuato dagli scrittori ‘postmoderni’ fondato su tre proprietà:

  • molteplicità, ovvero offerta di interpretazioni e significati diversi, con riferimento ai diversi punti di vista valutativi;
  • polivocalità, ovvero utilizzo dei diversi linguaggi degli attori valutativi, sia quello tecnico del valutatore, sia quello quotidiano dei beneficiari dell’intervento;
  • auto riflessività, ovvero esposizione in prima persona da parte del valutatore, che introduce chiaramente elementi anche suggestivi personali, in modo da instaurare un dialogo con i lettori.

Ogni rapporto valutativo dovrebbe contenere:

  • una chiara descrizione metodologica del percorso realizzato, argomentando ogni scelta, comprese le definizioni operative; se la ricerca è complessa (p.es. un’analisi costi benefici su progetti complessi; una ricerca sperimentale; etc.), allora le spiegazioni tecniche si mettono in allegato, compresi i riferimenti bibliografici, accennando nel rapporto di sintesi alle scelte principali e alle loro ragioni;
  • i limiti del procedimento; ogni soluzione metodologica ha dei limiti (se ci fosse una soluzione senza punti di debolezza avremmo la tecnica perfetta, buona per tutte le valutazioni) che vanno esplicitati, con parole semplici, e in maniera palese, non in una noticina in fondo al volume di apparati. Affermare i punti di debolezza della propria ricerca valutativa è indice di serietà, sinonimo di competenza, garanzia di affidabilità; in questo capitolo vanno ascritte tutte le notazioni riguardo alla sensibilità e validità degli strumenti adottati, la fedeltà dei risultati, la loro eventuale generalizzabilità, etc.;
  • i risultati raggiunti, semmai separando, graficamente, una sintesi dei risultati principali dal dettaglio di quelli secondari;
  • gli eventuali suggerimenti e raccomandazioni, se si è stabilito di fare anche questo;
  • eventuali possibili prosecuzioni del lavoro; non tanto per fare marketing ed acquisire un ulteriore lavoro, ma per non dare a credere che la valutazione sia un intervento ‘mordi e fuggi’, anziché un’azione di consulenza, accompagnamento, sostegno, che può approssimarsi via via maggiormente alle questioni che la prima valutazione ha osservato ma non risolto.

Probabilmente il miglior sostituto dell’esperienza diretta è l’esperienza indiretta, che è molto migliore quando il valutatore si serve di stili di “attenzione” e “concettualizzazione” simili a quelli usati dai membri della platea. Gli stili di questo tipo difficilmente sono quelli tipici dello specialista o dello scienziato sociale con un’impostazione teorica. L’esperienza indiretta viene concettualizzata in termini di persone, luoghi ed eventi. Per facilitare l’esperienza indiretta è necessaria una particolare procedura da seguire nei rapporti. Tale procedura esiste. Coloro che hanno sviluppato l’arte della narrazione figurano tra i migliori predicatori, antropologi e drammaturghi. Noi abbiamo l’esigenza di raffigurare la complessità. Noi abbiamo l’esigenza di trasmettere l’impressione olistica, lo stato d’animo, perfino il mistero dell’esperienza. E’ possibile che il personale del programma o le persone all’interno della comunità si sentano “incerti”. Le platee devono poter avvertire tale incertezza. Forse nei nostri rapporti piuttosto che meno ambiguità è necessaria un’ambiguità maggiore. L’eccessiva semplificazione provoca confusione (R.E. Stake, in N. Stame, 2007, 172).

I committenti sono scontenti perché sostengono che i messaggi delle valutazioni non sono utili, mentre i valutatori sostengono, a loro volta, che i messaggi non vengono utilizzati (Cronbach, in Stame, 2007, 180).

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Claudio Bezzi, 22 Ottobre 2017.

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