Paradigma lazarsfeldiano

Paradigma lazarsfeldiano

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ing.: Lazarsfeld’s Paradigm

fr.: Paradigma de Lazarsfeld

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Il processo che porta a disegnare la ricerca valutativa parte dalla necessità di dominare concettualmente il programma oggetto di valutazione. Qualunque esso sia, qualunque obiettivo si prefigga, il valutatore deve identificarne gli elementi-chiave che lo definiscono, a partire dalla definizione problematica che il committente, gli operatori, il documento di programmazione, etc., gli pongono; questo processo può essere trattato secondo quello che viene comunemente definito ‘paradigma lazarsfeldiano’ (Paul Felix Lazarsfeld, “Dai concetti agli indici empirici”, in L’analisi empirica nelle scienze sociali. I – Dai concetti agli indici empirici, a cura di R. Boudon e P.F. Lazarsfeld, Il Mulino, Bologna 1969). Il problema è così rappresentabile: non possiamo valutare ‘la formazione professionale’, o ‘il servizio di assistenza domiciliare anziani’, o anche ‘la promozione turistica’ di un territorio’; questi concetti, così ampi e generali, sono a mala pena sufficienti per una comunicazione superficiale, esprimendo ciascuno insiemi complessi di elementi specifici che – al fine di un’analisi valutativa – necessitano di una completa chiarezza. Una chiarezza finalizzata all’operatività (come ‘misuro’ quel fenomeno?), e quindi una chiarezza necessariamente ancorata a livelli bassi di astrazione, prossima a dimensioni facilmente esperibili, e quindi rilevabili (rispetto alle quali posso progettare l’utilizzo di una tecnica piuttosto che di un’altra). Il processo cognitivo è quindi caratterizzato dallo sforzo di scendere lungo la scala di generalità, dal problema vasto inizialmente posto di fronte al valutatore verso indicatori prossimi all’esperienza; per fare questo il problema iniziale deve essere scomposto nei suoi elementi-chiave che ne delimitano il senso, poi ciascun elemento deve essere a sua volta (eventualmente) scomposto in concetti più semplici, fin quando il ricercatore non comprende di essere sufficientemente sceso nella scala di generalità, tanto da avere la possibilità di rilevare, tramite opportune definizioni operative, ciascuno degli elementi frutto di questa scomposizione (gli indicatori).

I concetti-chiave del paradigma lazarsfeldiano sono i seguenti:

  • il problema iniziale, ampio, oggetto della ricerca sociale e valutativa, corrisponde a ciò che i metodologi e gli epistemologi definiscono ‘concetto’;
  • la difficoltà, nei contesti sociali in cui tipicamente opera il valutatore, a ‘leggere’ un concetto, definirlo, darne definizioni operative (in una parola: dargli un valore con operazioni di misurazione, classificazione, etc.), porta a cercarne le ‘dimensioni’ costitutive;
  • ogni dimensione è scomposta in unità più piccole, misurabili, chiamate ‘indicatori’;
  • ogni indicatore viene ‘operativizzato’, ovvero accompagnato da ‘definizioni operative’ che il valutatore ritiene opportune e congruenti per rilevare lo stato di quella proprietà (domande su un questionario; modalità per stabilire la disponibilità a pagare; sistema di normalizzazione dei valori in un’analisi multicriteri; …).

Questi elementi possono essere schematicamente rappresentati come nella figura seguente. Quanto si va avanti in questa riduzione semantica? Si va avanti fino a quando i concetti che abbiamo isolato non sono diventati prossimi alla nostra possibilità di applicare strumenti di misurazione, conteggio, ordinamento o classificazione; in questo caso parliamo, propriamente, di ‘indicatori’ (che sono sempre concetti, col ruolo di indicazione semantica di quelli sovraordinati e con le dimensioni) che ci consentono, infine, di stabilire definizioni operative adeguate.

Figura Tecniche.003.jpeg

  • Leonardo Cannavò, Teoria e pratica degli indicatori nella ricerca sociale. 1 – Teorie e problemi della misurazione sociale, Ed. Led, Milano 1999.
  • Paul Felix Lazarsfeld, “Dai concetti agli indici empirici”, in L’analisi empirica nelle scienze sociali. I – Dai concetti agli indici empirici, a cura di R. Boudon e P.F. Lazarsfeld, Il Mulino, Bologna 1969.

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Claudio Bezzi, 4 Febbraio 2018.

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