Gli indicatori non sono numeri ma relazioni sociali

Esiste una ricerca sociale attenta alle relazioni, alle persone, alle idee, al capitale sociale, una ricerca capace di essere immediatamente utile, comprensiva, educante? Mi spiego, perché il dilemma è cruciale e va ben definito.

  • L’accento sulla ricerca è fondamentale; anche se esiste, ovviamente, una ricca letteratura sociologica “speculativa”, credo che la sociologia sia necessitata dalla ricerca. Ci possono essere singoli sociologi che non fanno ricerca e studiano, analizzano, criticano e speculano; ma la sociologia deve essere una scienza che affida grande parte di sé alla verifica empirica dei concetti, delle teorie, delle dinamiche sociali che intende interpretare;
  • anche la ricerca sociale può comunque essere sostanzialmente astratta; una ricerca – per dire – sul sentimento di fratellanza delle tifoserie calcistiche, ha un’utilità secondaria, nel senso che è sì utile per capire quel mondo, e alcuni aspetti delle sue manifestazioni, ma non ha – probabilmente – un utilizzo primario, come immediata conseguenza. Come è noto vi sono però anche delle ricerche sociali applicate, e quindi im-mediatamente (col trattino) utili, come nel caso della ricerca valutativa;
  • l’utilità, se e quando c’è, in cosa consiste? Anche se ci sono pareri diversi (ma non necessariamente conflittuali) io direi che la principale utilità della ricerca sociale applicata è l’apprendimento organizzativo (per chi tale lavoro ha richiesto) e in generale la produzione di senso (per gli attori coinvolti). Il termine “educativo” sopra, quindi, fa riferimento a processi di aumento della consapevolezza che si producono necessariamente in questo tipo di ricerca (in valutazione, in realtà, chiamiamo questa valutazione “formativa”, che è un concetto differente).

Quindi: ricerca —> utile —> formativa per i decisori e costruttrice di senso per gli attori sociali (che poi, a ben guardare, possono essere l’intera società).

Come sociologo valutatore sposo da tempo questa idea, della ricerca non tanto e semplicemente “utile”, ma costruita, disegnata in modo consapevole per favorire tale utilità. Questo punto è particolarmente importante: senza questa riflessione sul metodo, l’utilità riguarderebbe semplicemente i risultati. La ricerca sarebbe un procedimento asettico, indifferente, e i dati e le informazioni avrebbero tale proprietà dell’essere utili. Questa è un’illusione. Ovviamente qualunque dato può avere una utilità se qualcuno glie la dà. La ricerca vagheggiata sopra sulla fratellanza fra gli ultrà potrebbe trovare usi indiscutibili in addetti alla sicurezza, per esempio, come in esperti di marketing. Ma questa sarebbe un’utilità non pianificata, alla stregua di un incidente; lo studio è fatto e buono in sé, e se qualcuno lo usa tanto meglio.

Occorre cambiare paradigma e immaginare un disegno della ricerca sociale (e/o valutativa) esplicitamente capace di generare utilità e senso sociale.

Prima di proseguire, un inciso fondamentale: ciò non significa un metodo “nuovo”, in qualche modo “piegato” al suo obiettivo di utilità. Niente affatto. Il metodo non si può “piegare” ma solo applicare bene o male. Quello su cui insisto è, appunto, di applicarlo bene; così bene da creare senso. Così bene da produrre face validity, come dice Patton, che deve essere traducibile – almeno in questo caso – con “validità evidente [agli attori sociali implicati]”. Ed è solo conoscendo bene il metodo che possiamo organizzare una ricerca in maniera che si produca trasformazione e conoscenza.

Per illustrare questo punto parlerò di “indicatori”, un tema estremamente rilevante nella ricerca valutativa e indubbiamente costitutivo anche nella più generale ricerca sociale.

Il termine ‘indicatori’ fa riferimento – per quanto di interesse sociologico e valutativo – a tre distinti elementi:

  1. linguistico (indicatore come segno);
  2. logico (indicatore come operatore);
  3. operativo (indicatore come strumento).

In senso linguistico l’indicatore [1] è un segno che comunica un concetto; in questa accezione – la più generale – possiamo considerare equivalenti i significati di segno, concetto, indicatore (“equivalenti” non significa uguali, ma non cavillare ci permette di capire, al momento, il quadro generale); in questa accezione “indicatore” è pochissimo utilizzato nelle scienze sociali.

In senso logico l’indicatore [2] è un operatore, cioè serve a creare delle relazioni logiche; l’indicatore è un concetto operativizzabile in relazione semantica con un concetto più ampio non operativizzabile; in questa accezione – tipica della ricerca sociale – gli indicatori hanno un rapporto gerarchico subalterno e vincolato ai concetti; fuori da questo ruolo di operatori, gli indicatori non hanno scopo, o senso.

Infine, in senso operativo l’indicatore [3] è uno strumento: l’indicatore è un numero, frutto di conteggio o misurazione, che “avverte” dello stato di una proprietà del concetto; in questa accezione “indicatore” è di uso comune nelle scienze applicate (ed esempio, in valutazione). L’uso prevalente è il controllo.

Questi tre significati sono naturalmente interconnessi e in parte sovrapposti; a ben vedere il primo significato è estremamente generale, il secondo è più specifico (ma niente affatto in contrasto col precedente) e infine il terzo è di livello di generalità molto basso ma sempre all’interno di una logica coerente. Poiché l’analisi linguistica è essenziale nella ricerca sociale, assieme a un’adeguata riflessione sulle inferenze prodotte, la figura che segue mostra come si collocano questi tre indicatori rispetto all’analisi linguistica e alle tre principali inferenze.

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Nel significato [2] (l’indicatore come operatore) si tratta della famosa relazione semantica fra concetti e indicatori codificata per primo da Paul Lazarsfeld; è solo tramite la discesa della scala di generalità che i concetti posti al centro della ricerca, troppo semanticamente ampi per essere operativizzati, possono trasformarsi in operazioni concrete di ricerca. La prossima figura mostra il noto paradigma lazarsfeldiano col quale chiudiamo questa parte, che non è al centro del presente articolo.

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Per il significato [3] (l’indicatore come strumento) possiamo subito dire che l’interesse prevalente riguarda il monitoraggio e la valutazione, dove spesso si presenta il bisogno di controllare se le realizzazioni (cioè le attività previste dal progetto) sono state implementate nei tempi, coi costi e con la sostanza previste. In questo senso solitamente gli indicatori sono dei valori (frutto di misurazioni o conteggi), quali:

  • numero di partecipanti ai corsi (o, meglio: partecipanti effettivi sui previsti);
  • chilometri di ferrovia realizzati (su quelli previsti);
  • tempi di realizzazione dell’azione X (e quindi scostamento sui tempi progettuali).

Questi elementi consentono quindi, al management, di controllare i costi, lo stato di avanzamento, ed eventuali scostamenti sui quali eventualmente indagare.

Sbrigata la pratica dei precedenti significati di |indicatori| concentriamoci ora sul significato [1] (l’indicatore come segno); per farlo è indispensabile trattare il tema dei concetti (anche gli indicatori sono concetti) e di come questi nascano nella nostra mente.

Per scivolare velocemente verso una conclusione, la complicatissima partita dei concetti (tuttora oggetto di studi controversi) la risolvo con una sola suggestione che prende le mosse dal famoso triangolo di Ogden e Richard su referenti, pensiero e linguaggio.

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Il triangolo mostra come ci siano relazioni in qualche modo definibili corrette o adeguate fra il pensiero e il linguaggio (il pensiero indirizza in maniera pertinente e accertabile il nostro linguaggio) come fra pensiero e mondo dei referenti (il nostro pensiero riconosce adeguatamente il mondo), senza che ciò implichi una stretta e certa correlazione (linea tratteggiata) fra linguaggio e mondo. Come moltri altri linguisti e ricercatori hanno dimostrato, le nostre parole non “corrispondono” al mondo, sono imprecise, vaghe.

I concetti (la parte rossa della figura è mia e non di Ogden e Richards) non sono sovrapponibili a uno dei tre angoli, e neppure alle connessioni ma all’incrocio di pensiero, referenti e pensiero; solo nella reciproca e complessa interrelazione nascono i concetti. Quindi:

  • non può esistere un linguaggio senza concetti;
  • non possono esistere concetti senza referenti (anche immateriali);
  • non esistono referenti (oggetto di relazione) senza concetti;
  • non può esistere un linguaggio (operativo e condiviso) senza referenti;
  • non esistono referenti (socializzabili) senza linguaggio.

In conclusione: non c’è agire sociale senza linguaggio, frutto di elaborazioni concettuali basate sull’esperienza.

Questa breve digressione sui concetti ha delle conseguenze fondamentali per il metodo della ricerca sociale. La principale è che le differenti esperienze di vita fra gli individui costruiscono schemi mentali differenti, ovvero diversi concetti, e quindi diversi linguaggi. Se anche il mondo materiale esiste al di fuori di noi con una sua oggettività, per noi tale mondo esiste solo in quanto mondo sociale, dove ciascun individuo elabora i concetti in maniera (poco o molto) differente da come fanno i suoi simili; a causa delle diverse educazione, scolarità, intelligenza, letture, circostanze, zona di origine, lingua madre e molto altro ancora. Proseguendo nelle conseguenze sul metodo, è evidente che anche l’indicatore [2] inizia a porci dei problemi, perché la mia concettualizzazione (la mia discesa semantica lungo la scala di generalità) sarà necessariamente (poco o molto) diversa dalla tua, coì come si tenta di illustrare nella prossima figura, chiaramente simbolica:

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Il signor K concepisce il concetto “A” in modo diversa da come lo concepisce la signora M. K concettualizza lungo certi percorsi, diversi da M, che lo porteranno a definizioni operative (sulle quali torniamo a breve) non identiche a quelle di M, costruendo diversamente gli strumenti e rilevando (in realtà: “costruendo”) dati differenti.

Questo problema non ha alcuna possibile soluzione. È bene capire che gli eventuali “consensi” trovati, per esempio, discutendo, sono fittizi. Il consenso che i diversi attori, impegnati nel paradigma lazarsfeldiano, possono trovare, è solo sintattico e, con forzature, semantico (e solo risalendo in parte la scala di generalità). Non esiste alcuna possibilità di una reale convergenza (a livello semantico profondo e pragmatico) sui concetti, anche se le parole (livello sintattico) sembrano dire il contrario. Conclusione: noi “costruiamo” il mondo (ovvero: lo interpretiamo) differentemente; lo concepiamo, concettualizziamo differentemente, e solo una superficiale indagine linguistica ci crea l’illusione di una certa identità entro comunità simili.

La ricaduta sulle definizioni operative è travolgente; le definizioni operative altro non sono che le istruzioni che traducono gli indicatori in pratiche di ricerca; sono anch’esse concetti, quindi, di ancora più bassa generalità. La confusione prodotta nei piani alti si riverbera completamente al piano terra, e quindi sui metodi e sulle tecniche impiegati, e quindi ancora sui dati che dovranno a loro volta essere analizzati e interpretati.

Mi pare che ce ne sia abbastanza per porsi dei dubbi estremamente seri sulla ricerca sociale e la sua validità. Sul valore del dato. Ma specialmente sul suo uso, sulla ricerca esasperata del secondo o del terzo decimale che nulla significa. Sulla “validazione”. Sulla costruzione (sempre ridicola) di indici. Qual è la conclusione logica di questo discorso? Non certo che si deve buttare a mare il metodo e giustiziare la sociologia, tutt’altro! La sociologia, e il suo braccio di ricerca, hanno la straordinaria funzione di costruire senso. “Costruire senso” significa percorre strade, riconoscerle, nominarle e regalarne una mappa ad altri soggetti. Significa rivelare molto di sé e molto, moltissimo, su una possibile interpretazione del mondo. Significa, se si lavoro in gruppo, in modo condiviso, scambiarsi tali mappe, quei significati, quelle osservazioni, comprensioni, scoperte vere o presunte, panorami e scorci, arricchendo la nostra (di ciascuno) capacità di elaborare il proprio “senso” a un livello di comprensione superiore.

In valutazione, per esempio, significa vedere un certo tipo di eventuale e possibile causalità; un certo modo di descrivere la politica valutata, la sua organizzazione e possibili conseguenze… Ciò che si restituisce a tutti i partecipanti al lavoro, e in primis all’utilizzatore della valutazione, è uno sguardo più ampio, meno ambiguo, più comprendente e meno complesso, anche se non per questo “certo” e “determinato”.

Ed è in questa accresciuta competenza e consapevolezza che si realizza quell’apprendimento organizzativo che si diceva in apertura.

La ricerca sociale, quindi, illude quando crede di “scoprire” qualcosa della realtà. E diventa francamente ridicola quando insiste nella ricerca del dato, senza capire che il dato è sempre costruito, in maniera assolutamente provvisoria, cangiante, ipotetica. La ricerca sociale (e valutativa) opera sotto l’egida di un potente “come se”; con una dirimente clausola ceteris paribus: non è una realtà disvelata, ma una realtà provvisoriamente ri-co-costruita (da chi l’ha prodotta e non da altri; in quel momento; con quei metodi…). Se si capisce a fondo questa lezione si arriva a capire che non esiste alcuna subalternità della sociologia alle scienze “dure”; noi non trattiamo atomi o molecole ma persone, che sono soggetti senzienti in continua evoluzione e relazione. La ricerca sociale è una forma di relazione, una forma di linguaggio con il quale si esprime lo scienziato sociale e con la quale costruisce mondi, apre finestre, disegna paesaggi, racconta vite. E in ciò aiuta a meglio stare nel mondo, e agirlo.

Suggerimenti bibliografici.

Sarà chiaro che questo testo ha trattato in breve una quantità ampia e densa di temi. Molto succintamente, ecco alcuni suggerimenti di lettura pertinenti.

  • Claudio Bezzi, Leonardo Cannavò, Mauro Palumbo (curatori), Costruire e usare indicatori nella ricerca sociale e nella valutazione, Franco Angeli, Milano 2010;
  • Alberto Marradi, Referenti, pensiero e linguaggio: una questione rilevante per gli indicatori, “Sociologia e Ricerca sociale”, n. 43, 1994;
  • Ulric Neisser, Conoscenza e realtà, Il Mulino, Bologna 1993;
  • Paolo Piccari, Pensare il mondo. Saggio sui concetti empirici, Franco Angeli, Milano 2010;
  • www.valutazione.blog per numerosi materiali pertinenti.


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