Teoria del Programma e approccio pragmatico

Teoria del Programma e approccio pragmatico

Scheda
Rilevanza teorica
Complessità concettuale e/o operativa
Completezza dell'articolo

Avanziamo con un nuovo post sul terreno della pragmatica nel metodo della ricerca sociale e valutativa.

Cos’è la “teoria del programma”, molto popolare nella ricerca valutativa? Provo a sintetizzare in questo modo:

A program theory consists of a set of statements that describe a particular program, explain why, how, and under what conditions the program effects occur, predict the outcomes of the program, and specify the requirements necessary to bring about the desired program effects. […] The program theory is vital in the theory-based evaluation; furthermore, the evaluation methodology requires careful consideration to determine whether the program, and which aspects of the program, are central in affecting change and for whom.

(Cfr. Glynn Sharpe, A Review of Program Theory and Theory-Based Evaluations, American International Journal of Contemporary Research Vol. 1 No. 3; November 2011, p. 72 e 73.)

Nella pratica, la teoria (del cambiamento) del programma si è sviluppata in correnti diverse anche sotto il profilo operativo. Evitando qui una rassegna di approcci che ci farebbe allungare eccessivamente il post, segnalo solo come gli approcci costruttivisti insistano per un’analisi partecipata, vale a dire: la teoria del programma non è semplicemente deducibile logicamente (anche se questo è uno degli approcci presenti in letteratura) ma partecipativamente assieme ai principali attori sociali implicati nel programma oggetto di studio perché la realtà effettiva del programma è ciò che gli attori immaginano essere.

Questa premessa era necessaria per fornire una sia pur breve cornice empirica a questo classico problema della ricerca valutativa. Il Programma che devo valutare (per i non valutatori: l’oggetto di studio che devo indagare), come posso concettualizzarlo in maniera sufficientemente univoca per poter definire le operazioni di costruzione dei dati? L’approccio deduttivo classico della ricerca sociale ci porta agli indicatori [1] (vedi Glossario). Ma il ricercatore non può che dedurre a partire da una sua rappresentazione dei concetti; il valutatore è solitamente abituato, dall’esperienza, a considerare eccessivamente povera questa strada osservando che generalmente ogni attore implicato nel programma (che è ciò che costituisce, per il valutatore, l’oggetto di indagine) ha una sua propria teoria del cambiamento (e quindi del programma); salvo decidere per approcci fondati rigidamente sulla logica fattuale (dichiarazioni formali su cosa debba realizzare il programma; analisi formale di cosa abbia realmente prodotto…) il ricercatore deve quindi ricostruire i significati attribuiti dagli attori alle azioni realizzate, alle relazioni, ai contesti, ai meccanismi sociali e così via. A differenza degli approcci logici (sintattici), qui siamo in piena semantica che, come ho scritto altrove (QUI e QUI), aiuta moltissimo (ed è la strada prevalentemente impiegata, anche da me), ma molteplici considerazioni fanno comprendere che una risposta più concreta deve essere trovata altrove.

Una considerazione preliminare: il mondo funziona! Con tutta la vaghezza del linguaggio, malgrado l’indicalità, superando di slancio estensione ed intensione, i programmi producono qualcosa. È esperienza comune, prima ancora degli studiosi, che sì, funzionano in qualche modo, ma sempre assai differentemente dal progetto o programma iniziale, tant’è vero che scolastica valutativa pone molta enfasi sulla differenza fra programmato e realizzato. Non c’è forse dimostrazione migliore del fatto che la comunicazione, tutta, che dalla progettazione ha condotto fino alla realizzazione di un intervento è realmente vaga, sottoposta a mille incidenti di percorso chiamati “variabili inattese” proprio per sottolineare, con una sorta di umorismo inconsapevole, che niente può funzionare in senso causale, meccanico, determinato. Certo che il mondo funziona, ma funziona benissimo al livello di “Passami il sale, per favore”, non già a quello di “Quanto mi ami, cuore mio?”. Le organizzazioni sociali, i grandi programmi finanziati coi Fondi strutturali (oggetto di attenzione dei valutatori) come il disagio giovanile e le teorie della secolarizzazione (per esemplificare oggetti di attenzione dei sociologi) stanno a metà fra il sale e l’amore, sufficientemente pratici per essere compresi all’ingrosso e sufficientemente astratti per produrre continue sbavature, rallentamenti, equivoci, errori (solitamente piccoli, marginali, ma bastevoli, in quantità, a produrre slittamenti di senso e cambiamenti di azione).

La Teoria del Programma può farsi carico di questa diversità solo con un approccio pragmatico, l’unico che non rischia di entrare nel contesto vago del linguaggio producendo altro linguaggio vago. La pragmatica evita di sovrapporre semantiche per cercare nuclei di senso condivisi (illusori), e si propone di accostare l’un l’altra le pragmatiche per verificare in cosa collidano e in cosa producano meccanismi funzionali.

Sull’approccio pragmatico alla valutazione si vedano:

C. Bezzi, La valutazione pragmatica;

C. Bezzi, Prolegomeni al concetto di efficacia “situazionale”.

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