Guida (abbastanza) completa al questionario

Guida (abbastanza) completa al questionario

Scheda
Rilevanza teorica
Complessità concettuale e/o operativa
Completezza dell'articolo

Abbastanza per un buon inquadramento

Il questionario somministrato faccia a faccia

A differenza di quanto molti credono, il questionario è una delle tecniche più difficili da gestire bene; è facilissimo incorrere in errori anche gravi, capaci di distorcere i risultati senza che il ricercatore distratto se ne accorga. In realtà il questionario è l’insieme di una molteplicità di strumenti operativi diversi che occorre conoscere bene (un esempio per tutti: le scale); la sua pianificazione è un momento delicato e complesso troppo sovente sottovalutato e l’analisi deve essere considerata preventivamente (mentre si redige il questionario) per non trovarsi sorprese sgradite.

Occorre tenere presente che il questionario è una tecnica volta all’analisi per variabili (vale a dire, per esempio: quante persone fanno la tale cosa per sesso ed età? Quanti minori esprimono il tale atteggiamento per nazionalità? Quante ONG concordano con la tale politica di advocacy secondo l’ampiezza, il mandato, la nazionalità?); si tratta quindi di una tecnica descrittiva che – se fatta a buon livello – ha l’enorme vantaggio della generalizzabilità dei risultati, ovvero ciò che emerge dal nostro campione probabilistico si può estendere a tutta la popolazione. Ciò vale, evidentemente, per ricerche impegnative e costose, dove appunto si elabora un campione e si fanno le interviste con alta garanzia di affidabilità, come nel presente caso di interviste fatte porta a porta (face to face) da intervistatori preparati.

Più avanti vedremo casi diversi (questionario web, questionario autoamministrato etc.) che abbassano drasticamente costi e tempi, ma anche la validità dei risultati.

Una prima fondamentale differenza: domande aperte o chiuse

Qualunque questione si voglia porre ci sono due fondamentali forme fra le quali scegliere: una domanda “aperta” (vale a dire che non si accludono risposte predefinite dal ricercatore) o “chiusa” (si può scegliere una risposta fra quelle decise dal ricercatore). Nel caso di interviste porta a porta (trattate in questo paragrafo) si può (e un tantino si deve) usare domande aperte e chiuse senza paura e semplicemente secondo opportunità; in casi diversi che vedremo in prossimi paragrafi, invece, dove manca l’intervistatore esperto in situazione faccia-a-faccia, è bene essere più cauti e rivolgersi verso domande chiuse con maggiore frequenza.

(Esempio di un questionario per un Centro di sostegno ai minori stranieri non accompagnati – MSNA):

Come si vede dal precedente prospetto ci sono diverse differenze fra domande aperte e chiuse. Mentre le domande aperte non hanno bisogno di alcuna istruzione, in quelle chiuse, a volte, occorre spiegare come rispondere (una sola risposta, più risposte…) e in alcuni casi si sente il bisogno di chiedere delle specificazioni (si veda il terzo esempio) che trasformano la domanda chiusa in qualcosa a metà fra chiusa e aperta.

Un’avvertenza importante: il miglior modo per porgere le domande, sia aperte che chiuse, in un’intervista faccia a faccia, è di fare la domanda e attendere la risposta così come formulata dall’intervistato. Non si legge mai l’elenco delle risposte. Se l’intervistato non ha capito bene la domanda viene riproposta, anche con una formulazione rimodulata, e si attende la libera risposta. Se la domanda era aperta si trascrive la risposta così come declamata; se la domanda era chiusa è l’intervistatore che decide quale risposta barrare.

Domande filtro

Dobbiamo fare una segnalazione almeno per questo tipo particolare di domanda, molto utile in certi casi. La domanda “filtro” permette di selezionare gli intervistati e far loro, subito dopo, le opportune domande “condizionate”, vale a dire adattate alla selezione scelta. Un esempio:

37) Le piace il cinema?

    • Sì (passare alla domanda 38)
    • No (passare alla domanda 39)

38) Se ha risposto “Sì” alla precedente domanda: Quale genere di film preferisce vedere?

    • Genere Tale
    • Genere Tal altro

39) Se ha risposto “No” alla domanda 37: cosa preferisce fare in alternativa?

    • Leggere
    • Guardare la televisione

Le domande filtro possono essere anche più complesse e concatenate, ma attenzione a non abusarne, perché ad ogni filtro si riduce il numero del sottogruppo che risponde per ciascuna modalità di risposta rendendo via via più rarefatta la matrice e producendo possibili problemi di analisi.

Domande viziate

Una menzione anche a quelle che si chiamano domande “viziate”, vale a dire che, implicitamente, suggeriscono la risposta, o il modo di pensare del ricercatore, condizionando di fatto la risposta. 

Se anche avete scelto con cura le domande da porre, come suggerito sopra, resta infatti il problema della formulazione. Considerate questo esempio:

42) Lei pensa che le Istituzioni dovrebbero assumersi più responsabilità verso i minori stranieri non accompagnati che, abbandonati a loro stessi, rischiano di essere vittime di abusi e maltrattamenti?

La domanda presenta un quadro drammatico che, per quanto reale, condiziona negativamente l’intervistato che difficilmente può disinteressarsi a quegli “abusi e maltrattamenti”.

Le scale tipo Likert

Malgrado il ventaglio di strumenti chiamati ‘scale’, ne indicheremo qui uno solo, generalmente il più comune: la scala Likert.

Si tratta di un particolare tipo di domanda chiusa in cui le risposte hanno un valore cardinale o – in determinate circostanze – ordinale.

Una tipica scala è la seguente:

Cosa ne pensi dell’affermazione: tutti gli uomini sono uguali indipendentemente da razza e religione?

5 – Sono molto d’accordo

4 – Sono abbastanza d’accordo

3 – In parte d’accordo e in parte in disaccordo

2 – Sono abbastanza in disaccordo

1 – Sono molto in disaccordo

In realtà potete trovare scale molto diverse, come vedremo a breve, ma tutte hanno la tipica progressione ordinale lungo un continuum da molto a poco (entusiasmo, apprezzamento, accordo, etc.) e, se proposte in altro modo, addirittura cardinale, così:

Cosa ne pensi dell’affermazione: tutti gli uomini sono uguali indipendentemente da razza e religione? (1 = minimo di accordo; 10 = massimo di accordo)

In alcuni casi si preferisce non mettere neppure i numeri entro le celle, e lasciare che lo spazio semantico fra il minimo e il massimo accordo sia “immaginato” dall’intervistato (queste si chiamano scale autoancorate):

o, meglio:

 

Questi casi sono predisposti per dare meno stimoli possibili all’intervistato di carattere eterodiretto, lasciargli immaginare lo spazio (semantico) disponibile e lasciargli facoltà di decidere dove collocarsi. Come strumento limite, in questo desiderio di non interferire, ci sono anche scale – non Likert ma autografiche – in cui l’intervistato traccia semplicemente un segmento lungo a piacere, esprimendo il suo accordo, lasciando che poi il ricercatore con un righello ne misuri la reale lunghezza.

Tornando alle nostre scale, e ripartendo dalla prima presentata, ricordiamo i principali principi ai quali attenersi per realizzare una scala con pochi errori:

  • gli intervalli della scala non devono essere meno di 3 e più di 7; scale maggiori di 7 possono essere poco comprese (malgrado la pretesa somiglianza, per esempio, coi voti scolastici);
  • scale con intervalli pari o dispari sono diverse e vanno utilizzate con finalità differenti:
    • numero pari di intervalli: discriminano fra chi è favorevole (poco o molto) e chi no (poco o molto); da un lato, quindi, aiutano il ricercatore se vuole tale divisione forzata; d’altra parte possono infastidire gli intervistati che capiscono tale forzatura ed esprimono disagio:
    • numero dispari di intervalli: riflettono meglio la complessità di questioni non superficiali, e consentono all’intervistato la collocazione intermedia che non deve essere intesa (se non raramente) come volontà di non esporsi ma, più correttamente, come compresenza, non riducibile a sintesi, di elementi positivi e negativi (come rivela la frase intermedia utilizzata nel primo esempio qui sopra);
  • se si usano valori numerici in generale non ci sono problemi; meglio se si usa un regolo come nel secondo esempio sopra;
  • se si usano frasi, invece, occorre molta cautela perché le parole, per l’intrinseca vaghezza e la conseguente interpretazione, posso produrre distorsioni anche molto gravi; una formulazione corretta di frasi è solo quella proposta sopra nel primo esempio, che ha le seguenti particolarità:
    • le frasi laterali sono simmetriche nella formulazione; per esempio a “molto d’accordo” si contrapporrà “molto in disaccordo”; ad “abbastanza soddisfatto” si contrapporrà “abbastanza insoddisfatto”;
    • le frasi estreme non devono mai contenere avverbi estremi quali ‘sempre’, ‘mai’, ‘assolutamente’, ‘completamente’ e altri simili, ma solo espressioni più sfumate;
    • la frase centrale è solitamente la più complicata: mai usare parole ambigue come ‘sufficiente’, ‘discreto’, ‘accettabile’ e sempre frasi formulate come nell’esempio sopra: “in parte… in parte…”
    • è un errore grave usare come frase intermedia “Non so” o simili. Se l’opzione ‘non so’ deve essere inserita, va nettamente distinta dalla scala, come nell’esempio in basso a sinistra della prossima figura, che mostra variazioni tutte accettabili della medesima scala.

Un’ultima avvertenza: poiché – come diremo – la miglior maniera di intervistare è porgere le domande e attendere la risposta, apparirà chiaro che con le scale diventa macchinoso procedere, perché il valore delle scale è lo spazio semantico che l’intervistato visualizza, ma se il questionario è nelle mani dell’intervistatore non si può agevolmente visualizzare nulla. Ecco perché in questo come in altri casi è suggerito l’uso di gadget, vale a dire di cartoncini con la scala disegnata da dare materialmente nelle mani dell’intervistato; ciò lo aiuterà a riflettere e a dare una risposta adeguata.

Il campione

Non ha senso fare un’indagine faccia a faccia (costosa) se non realizzando un buon campionamento che sia rappresentativo e che consenta quindi di generalizzare i risultati.

Il termine ‘campione’ indica un piccolo numero di persone che, estratte casualmente (per esempio dai registri dell’anagrafe), fanno ritenere che le loro risposte coincidano in larga massima con le medesime ottenute intervistando tutta la popolazione. Naturalmente non ci puoi mai essere una corrispondenza esatta, e generalmente il campione include il margine di errore accettabile. Nell’uso, un margine d’errore del 3% è considerato molto buono; del 4% accettabile; del 5% abbastanza alto, tanto che è raro trovarne di peggiori. Un margine d’errore del 3%, per esempio, significa che i risultati sono validi e generalizzabili “più o meno un 3% di possibilità d’errore” (questo rende poco affidabili risultati con percentuali bassissime, addirittura minori del margine d’errore ammesso).

Come decidere quale margine d’errore accettare? Naturalmente in linea di massima qualunque ricercatore desidera il minor margine d’errore, che significa il massimo di validità dei risultati. Purtroppo, a minor margine d’errore corrisponde un campione più ampio, e quindi più costi e tempi più lunghi. 

Sul campione, su come calcolarlo correttamente, sul significato di termini come “intervallo di confidenza” (generalmente fissato al 95%) e margine d’errore, sulla stratificazione e molto altro occorrerebbe una trattazione più articolata di quanto qui possibile. Ci limitiamo agli elementi essenziali:

  • popolazioni limitate (i giovani di una città; le famiglie di un quartiere…);
  • campioni non dispendiosi;
  • questionari comunque abbastanza semplici;
  • interesse sostanziale a variabili discrete o – qualora continue – rese discrete con processi di classificazione (per esempio: il reddito delle famiglie pre-ordinato in 5 o 6 classi di reddito).

In questi casi la formula di base, più semplice e nota, è quella del campionamento casuale semplice:

in questa formula:

  • z è un coefficiente che dipende dal livello di fiducia che vogliamo avere nella stima, la sua affidabilità (usualmente 95%, che significa: “abbiamo il 95% di possibilità che…”); se il livello di fiducia è del 95% z assume il valore di 1,96;
  • p, valore stimato sulla base di studi, test, altre ricerche della categoria in esame; in uno studio sui diplomati di istituti tecnici iscritti all’Università, p.es., si può stabilire – sulla base dei dati Istat – che questa sia stata pari, negli anni, a circa il 40%; in questo caso p=0,40, quando il parametro oggetto di studio non può essere legato a studi, test e ricerche precedenti, il valore di p viene fissato prudenzialmente a 0,5 (massima incertezza, come nel lancio di una moneta);
  • q = 1–p;
  • e, come detto, è stabilito dal ricercatore (p.es. 0,03).

Questa formula vale per popolazioni molto grandi. In caso di popolazioni più piccole (abitanti di un quartiere, studenti di una certa classe d’età di una città…) occorre un piccolo modificatore che utilizza la numerosità campionaria stimata dalla formula precedente e la adatta alla numerosità della popolazione di riferimento (N). La numerosità campionaria “corretta” (n*) viene così stimata sulla base della formula seguente:

Per fare alcuni esempi, ipotizziamo che nella nostra ricerca vogliamo sapere quanti minori non frequentano la scuola con regolarità e che non ci siano ricerche precedenti che possano darci indicazioni a livello regionale o nazionale (p=0,5 massima incertezza):

  • Nel Comune “Tal dei Tali” la Popolazione di minori stimata in 10.000 unità; margine d’errore del 3% = campione pari a 964; margine d’errore del 5% = campione pari a 370;
  • Nel Municipio X del Comune “Tal dei Tali” la Popolazione di minori stimata in 1.000 unità;margine d’errore del 3% = campione pari a 516; margine d’errore del 5% = campione pari a 277.

Come si può vedere, più è piccola la popolazione e maggiore è – in proporzione – il campione con basso margine d’errore. E’ ovvio che sia così, perché la potenziale varianza della popolazione si stempera nella moltitudine: estraendo un campione di 1.000 individui su una popolazione di 10 milioni, possiamo immaginare di averne più o meno tanti maschi quante femmine, di ogni tipologia di studi, residenza e reddito, e anche un certo numero di casi limite (centenari, plurilaureati, milionari…); mentre su soli 1.000 unità di popolazione o meno (semmai solo poche centinaia) se non ne campioniamo in percentuale un numero altissimo rischiamo una scarsa rappresentatività anche nelle variabili più ovvie.

Ordine e numero delle domande

Il numero delle domande è semplicemente quello necessario. Se si è compiuto adeguatamente il percorso sopra descritto (paradigma lazarsfeldiano) le domande saranno semplicemente quelle necessarie, non una di più né una di meno. Comunque anche qui – come in tutta la ricerca sociale e valutativa – vige il principio di economicità: meglio qualche domanda in meno che domande eccessive. Ricordarsi sempre che l’intervistato concede tempo e attenzione (e fiducia) per un’attività inusuale e artificiale in cui dovrà pensare, velocemente e intensamente, a diverse questioni sulle quali non è detto che rifletta usualmente. La sua attenzione, concentrazione e pazienza non può durare a lungo, specie se anziani o poco scolarizzati. 

Riguardo l’ordine non ci sono criteri precisi. Se l’intervista riguarda la genitorialità è corretto iniziare dalla composizione familiare, i figli etc.; se riguarda il sostegno scolastico fra le prime domande ci saranno quelle sulla scuola…

La gestione dell’intervista

Nel caso di interviste faccia a faccia occorre tenere presenti alcuni accorgimenti:

  • le persone – specie anziane – diffidano delle persone che telefonano, bussano per una cosa inusuale come un’intervista, fanno domande; occorre predisporre una strategia che favorisca la comprensione e l’accettazione dell’intervista; per esempio:
    • iniziale lettera di spiegazione di massima, con l’annuncio di un successivo contatto e un numero di telefono al quale il destinatario può rivolgersi per eventuali chiarimenti;
    • successiva telefonata per gestire l’appuntamento;
    • badge personale al momento della visita;
  • all’inizio della visita:
    • ricordare brevemente chi è che promuove l’indagine e perché;
    • dire chiaramente quanto durerà l’intervista;
    • garantire l’anonimato usando frasi come “intervistiamo centinaia di persone per fare una statistica”;
  • durante l’intervista:
    • mostrare attenzione e pazienza; l’intervistato deve percepire l’interesse reale verso ciò che dice;
    • adeguare la formulazione lessicale del questionario alla reale comprensione dell’interlocutore (le domande non devono necessariamente essere lette esattamente come scritte) ed eventualmente rispondere a richieste di chiarimento;
    • non rispondere mai a domande tipo “ma lei come risponderebbe?” e restare sul vago;
    • all’eventuale domanda “ma gli altri come hanno risposto?” dichiarare che eventualmente ne potrà parlare alla fine dell’intervista; a quel punto si possono dare informazioni molto vaghe e generiche;
    • le domande chiuse sono porte senza leggere l’elenco delle risposte; sarà l’intervistatore che, ascoltata la risposta, deciderà quale fra quelle previste sia la più idonea da barrare (ciò significa che il questionario è gestito dall’intervistatore);
  • finita l’intervista:
    • l’intervistatore dichiara la fine e chiede se l’intervistato vuole aggiungere qualcosa (questo dovrebbe essere previsto nel questionario, è una formula di chiusura);
    • ringrazia e fornisce ulteriori spiegazioni se richieste.

Sostituzione degli intervistati che rifiutano

Malgrado ogni cautela è normale aspettarsi un discreto numero di cadute, ovvero di persone irreperibili o che, più probabilmente, rifiutano l’intervista. Bisogna prepararsi per tempo a questa evenienza.

E’ sufficiente estrarre due campioni. Il primo è quello utilizzato in prima battuta, al quale spediamo la lettera di preavviso e così via. Nel caso di rifiuto il ricercatore cercherà nel secondo elenco, nello stesso quartiere e con le stesse principali caratteristiche sociografiche (età, sesso) una persona in sostituzione. 

Codifica e matrice dei dati

Per trasformare le risposte dei questionari in numeri in una matrice dati, se non ci si avvale di una società specializzata, regolarsi come segue:

  • al momento della preparazione del questionario:
    • numerare tutte le domande da 1 a n (ultima domanda); non utilizzare lettere, non fare sezioni con numerazioni diverse; semplicemente numerare dalla prima all’ultima domanda da 1 a n;
    • per ciascuna domanda chiusa, numerare ogni risposta prevista da 1 a m;
  • al momento della consegna dei questionari compilati e dell’inizio della codifica, numerare tutti i questionari da 1 a k;
  • predisporre la matrice (può essere un foglio elettronico o può essere disegnato su un foglio) composto da k linee (una per ogni questionario) e da n colonne (una per ogni domanda del questionario); alcune eccezioni a questa descrizione minimale della matrice saranno viste più avanti;
  • domande chiuse: avendo già numerato le risposte da 1 a n, quegli stessi numeri sono i codici di codifica (poco più avanti un esempio);
  • domande aperte: i testi delle domande aperte vanno ricondotti a semplici codici (1, 2, 3…); questa operazione, chiamata postcodifica, è piuttosto complessa e deve precedere l’inserimento dei dati nella matrice. Si procede in questo modo:
    • estrarre un sottocampione di questionari (all’incirca il 10% se il campione è molto ampio; di più se il campione non supera le 3-400 unità);
    • leggere in sequenza le risposte aperte date alla prima domanda che si intende codificare e prendere appunti sintetici su ciò che ogni risposta esprime; dopo qualche decina di risposte lette, il ricercatore incomincia a immaginare delle ricorrenze, delle tipicità che possono diventare il modello di risposta capace di includere tutte quelle simili (poco più avanti un esempio);
    • alla fine del lavoro sul sottocampione l’intervistato avrà appuntato un breve elenco di risposte-tipo, abbastanza generali sulla scala di astrazione, capaci di includere tutte le risposte aperte a quella domanda; tale elenco viene quindi numerato da 1 a n, analogamente alle domande chiuse;
    • le risposte-tipo, coi numeri di codice, diventano la guida per codificare tutte le domande del campione in sede di trascrizione nella matrice; è chiaro che si possono trovare, a quel punto, risposte particolari non comparse nel sottocampione; in quel caso il ricercatore aggiunge una categoria di risposta.

Esempio di codifica:

Come si vede in figura (molto semplificata, alla pagina seguente):

  • Il questionario 1 occupa la prima riga della matrice);
  • la domanda 1 occupa la colonna 1, la domanda 2 la colonna 2 e via a seguire;
  • la domanda 1 è chiusa e quindi pre-codificata; poiché chi ha risposto è una femmina (codice 2) il corrispondente valore viene inserito nell’apposita cella;
  • la domanda 2 è parzialmente chiusa perché la risposta 3 è, in realtà, aperta; la successiva postcodifica ha stabilito che la nazionalità egiziana ha codifica 4, e così viene riportato in matrice;
  • la domanda 3, infine, è aperta; la post codifica ha stabilito di ricondurre tutte le possibili risposte alle 5 che si vedono in figura; nel caso dell’esempio le motivazioni spiegate alla risposta 3 hanno codifica 1 (Motivi di lavoro; povertà) e tale valore è poi inserito in matrice.

Casi particolari e osservazioni sulla matrice

La domanda aperta della figura precedente è stata ridotta in maniera estrema; vale la pena lasciare aperta una domanda, se poi la codifica deve essere così semplice che la si sarebbe potuta immaginare anche prima, in sede di redazione del questionario? No. Per il già citato principio di economicità, se di una domanda immaginiamo già le possibili risposte, allora non deve essere lasciata aperta. La domanda vera riguarda ancora una volta il formato informativo che ci serve per rispondere al Mandato e alle domande valutative. Ci basta ridurre la storia migratoria alle 5 categorie elencate in figura? Se tale storia è al centro della nostra ricerca, probabilmente no; se invece è un dato di sfondo, un po’ come sesso, età e nazionalità, allora forse sì.

Le domande aperte, essendo più gravose da trattare, vanno utilizzate quando si danno entrambe le seguenti condizioni:

  1. il tema è centrale nella nostra ricerca;
  2. non possiamo o non vogliamo immaginare ex ante una forma ridotta di chiusura.

C’è almeno un caso particolare nelle domande chiuse che potrebbe mettere in difficoltà il ricercatore al momento della trascrizione dei codici nella matrice: è il caso delle domande a risposta multipla. In determinati casi non è possibile imporre una sola risposta; generalmente questa impossibilità riguarda comportamenti come in questo caso:

Nel tempo libero cosa ti piace fare? (più risposte):

  • Leggere
  • dormire
  • andare a spasso nella città
  • chiacchierare con gli amici
  • andare al cinema
  • navigare su Internet
  • venire a Centro e fare le attività previste

E’ evidente che sono molteplici le cose che ciascuno fa ed è impossibile obbligare a una sola risposta. Qualche volta si limita il numero di risposte possibili (solitamente tre) per evitare che si risponda un po’ a tutto rendendo poco utili le interviste. Ma come mettere in matrice le risposte? Finora abbiamo visto singole risposte (= valori unici di codifica) → un valore in una singola cella della colonna; ma se abbiamo più risposte (=presumibilmente più valori di codifica) come metterli in matrice se abbiamo una sola colonna (e quindi una sola cella)? Ci sono diverse soluzioni, ma la più semplice è ovvia è quella di considerare ogni risposta come una domanda a se stante con risposta Sì/No, e riservare quindi diverse colonne della matrice alla domanda in questione.

Esempio:

Naturalmente nella figura c’è un errore; per le ragioni già dette i numeri devono andare da 1 a n e la numerazione 4.1, 4.2 etc. non va bene (sostanzialmente perché può fare confusione). Se il ricercatore inserisce nel questionario una domanda a risposte multiple deve quindi essere già avvertito del fatto che tratterà le singole risposte come domande Sì/No, e riservare quindi più colonne – debitamente numerate – in matrice.

Un’ultima questione: trattare in questo modo le domande a risposta multipla risolve i problemi di codifica e matrice a scapito della qualità informativa, totalmente persa. Le future elaborazioni bivariate incroceranno sesso, età, nazionalità e altre variabili, non già con “Le attività preferite” (come insieme) ma col leggere sì/no, col dormire sì/no, coll’andare a spasso sì/no… informazioni che, così parcellizzate, non sono più molto utili.

Elaborazione dei dati

Lo sforzo fin qui compiuto, i tempi e i costi sopportati non avrebbero alcun senso se non si procedesse a un’attenta analisi statistica dei dati. Diversamente da alcuni altri casi di questionario che vedremo più avanti, non si può ritenere sufficiente un’analisi monovariata. Se l’analisi multivariata non è possibile pazienza; per gli scopi principali dei valutatori e ricercatori, nella maggior parte delle valutazioni e di piccole ricerche sociali, una buona analisi bivariata è necessaria (quindi: no monovariata, troppo povera) e sufficiente (quindi: no multivariata).

Per fare una buona analisi bivariata è sufficiente un foglio elettronico comunemente compreso nelle principali suite in commercio dove ci sono comandi appositi per produrre tabelle e grafici.

Naturalmente nessuna tabella è di per sé esplicativa e chiara a un pubblico di non addetti ai lavori. Il ricercatore dovrà sempre leggere e interpretare i dati analizzati e trasformarli in una narrazione comprensibile ai lettori.

Con un po’ di pratica sarà molto semplice produrre tabelle di contingenza bivariate e semmai trasformarle – con pochi comandi – in grafici di varia natura, assai più leggibili dai meno esperti.

Occorre segnalare che la composizione delle tabelle di contingenza necessarie non dovrebbe essere fatta meccanicamente. Una delle conseguenze dell’uso dei mini computer e dei programmi di calcolo è quella di avere fatto perdere, a moltissimi ricercatori, il senso dell’elaborazione (ancora una volta: prima il pensiero), per cui al momento dell’elaborazione “si incrocia tutto con tutto” (fuori dal gergo: ogni variabile della matrice viene correlata con tutte le altre variabili) producendo centinaia di tabelle pressoché inutili.

Anche per l’elaborazione bivariata serve un piano, una serie di ipotesi che si vogliono verificare, delle idee sul contesto, sugli attori, sulla teoria del programma… Di conseguenza si incominceranno a “incrociare” variabili che si vogliono spiegare, dette dipendenti (per esempio: quante volte il minore va al Centro; giudizio degli operatori sulla Rete; qualità del rapporto fra famiglie e scuola…) con le variabili che potrebbero aiutarci a spiegarle, dette indipendenti (sesso, età, nazionalità, reddito…). I risultati sembra significativi? Mostrano delle correlazioni che vale la pena approfondire (per esempio con altre variabili indipendenti)? Ecco: procedendo in questo modo si seguono delle piste, delle idee, delle intuizioni del valutatore, e si costruiranno solo le tabelle necessarie.

Naturalmente, se il team di valutazione include uno statistico che può aiutare il gruppo in questo processo, tutto sarà più facile (ça va sans dire).

Il questionario autoamministrato

Con ‘autoamministrato’ si intende il questionario lasciato in mano all’intervistato, che lo compila autonomamente.

Il questionario autoamministrato non deve essere inteso come uno strumento abbandonato al suo destino in attesa di qualcuno che decida di compilarlo; questa modalità, che ancora si ritrova in brevi questionari di gradimento negli hotel, non ha alcuna validità e interesse.

Per le nostre finalità ci sono solo tre modalità di un certo interesse, e una quarta che vale la pena menzionare:

  1. il questionario cartaceo autoamministrato con una sorveglianza del ricercatore;
  2. il questionario Web;
  3. il questionario telefonico (CATI);
  4. il questionario postale.

Il questionario cartaceo autoamministrato

Il caso più evidente di utilità di questa modalità di somministrazione riguarda i gruppi: classi scolastiche, associazioni, uffici oppure partecipanti a un evento. Il ricercatore/rilevatore in questi casi è sempre presente. Può spiegare alla platea di cosa si tratta, perché chiede di compilare il questionario, come si deve procedere per la compilazione, e così via. Se i presenti hanno dubbi possono chiedere, sia all’inizio che durante la compilazione.

Si tratta quindi di una mediazione fra il questionario faccia a faccia visto precedentemente, e ogni altro tipo di questionario che tratteremo poi. Il limite, evidentemente, è che questa formula è adatta solo in presenza di gruppi di individui, tutti disponibili a compilare il questionario, e quindi solo in ricerche molto specifiche.

In questi casi valgono tutte le principali avvertenze indicate nel questionario faccia a faccia, con in più le seguenti indicazioni:

  • la grafica deve essere ineccepibile; spazio fra le domande, righe ampie per le risposte aperte, nessun errore ortografico o di stampa;
  • devono essere ben chiare, sul questionario, le regole di compilazione, anche se verranno poi ricordate dal ricercatore presente (una sola risposta, più risposte, scale…);
  • devono essere chiare le regole per correggere gli errori; se frettolosamente un intervistato segna una risposta sbagliata, deve mettere un cerchio attorno a quell’errore e una nuova croce, o segno di spunta, sulla nuova scelta;
  • ricordare sempre l’anonimato.

Il questionario Web

E’ evidente che le nuove tecnologie aiutano, ma non sempre aiutano correttamente nel mondo della ricerca. I questionari web sono molto diffusi e ci sono moltissimi programmi gratuiti o di poco costo che consentono di mettere on line un questionario. Ma non sempre questa scelta è opportuna, anzi: poche volte.

Innanzitutto i principali programmi gratuiti sono estremamente poco flessibili e, per esempio non consentono domande filtro, scale di una certa complessità e altri stimoli interessanti che possono trovare spazio in un questionario. Poi, ovviamente, non c’è il ricercatore presente, come nel caso del cartaceo autoamministrato, e molti errori possono passare senza possibilità di correzione. Ma, soprattutto, sparisce qualunque concetto di campionamento: chi ha incontrato il questionario sul web? perché ha deciso o non deciso di compilarlo? Domande senza risposta; i risultati di questi questionari non possono mai essere generalizzati e sono sempre piuttosto semplici nella struttura (e quindi non è detto che rispondano bene alle esigenze del valutatore).

Quando può trovare spazio il questionario web? in questi casi:

  • il questionario web è proposto da una grande associazione, ente o ONG e si rivolge ai propri aderenti, soci, affiliati, dipendenti; in questo caso il questionario è interno, può essere facilmente fatto conoscere a tutti e se ne può sollecitare in varie forme la compilazione;
  • il questionario web è proposto da una grande associazione, ente o azienda e si rivolge a clienti e utenti di un proprio servizio o prodotto, per esempio per fare reclami, domande o altro; in questo caso non interessa avere un campione ma semplicemente il parere di persone motivabili in maniera differente che nel precedente caso;
  • con minore fortuna si può provare a proporre anche a un indirizzario noto, da sollecitare probabilmente più volte, ma qui le cadute sono già numerosissime.

Inutile il questionario web in tutti gli altri casi.

Il questionario telefonico

Utilizzato da aziende specializzate in marketing e sondaggi politici (con sistema CATI – Computer Assisted Telephone Interviewing). Qui abbiamo alcuni dei problemi visti col questionario web e alcuni altri aggiuntivi:

  • qui la relazione è domanda-risposta; niente interazione, niente uso di gadget, scarsa possibilità di utilizzare domande aperte; il questionario deve necessariamente essere breve ed essenziale;
  • il campione è certamente rispettato in teoria, ma non sempre le aziende specializzate garantiscono adeguate sostituzioni nei casi (numerosissimi) di cadute;
  • ma, soprattutto, sempre meno questa strategia è efficace: meno persone hanno il telefono fisso, pochi gradiscono essere contattati sul telefono mobile, e il marketing aggressivo di questi anni ha reso tutti diffidenti; ciò si traduce in campioni sistematicamente distorti (non rispondono, o non sono rintracciabili, persone professionalmente molto attive e di scolarità più elevata).

In linea di massima questa che un tempo era una buona risorsa per indagini a bassissimo costo (rispetto a quelle faccia a faccia) ora rischia di dare risultati non sempre apprezzabili nella loro validità.

Il questionario postale

Ormai in totale disuso è sempre stata la scelta peggiore con scarsissimo ritorno di risposte e, di conseguenza, impossibilità di generalizzare.

La posta elettronica non ha migliorato la situazione.

Da evitare.

Il micro questionario per gli utenti di servizi o eventi

Esiste, ed è molto diffuso in certi contesti, una specie di micro questionario usato per brevi analisi sulla soddisfazione di utenti a corsi di formazione, servizi a sportello, nidi etc. Viene spesso chiamata “scheda (di rilevazione)” perché appare eccessivamente impegnativa la parola ‘questionario’.

Si tratta di un breve questionario di pochissime domande (solitamente non più di una decina) in cui gli utenti dichiarano quanto hanno gradito il corso, o il servizio ricevuto, offrendo casomai suggerimenti per il miglioramento. Queste schede hanno alcuni importanti vantaggi e qualche pesante svantaggio:

  • essendo proposti in una situazione di lavoro gli intervistati possono essere disponibili solo a poche domande; ciò significa che nessun disegno di ricerca complesso, ma neppure mediamente articolato, può essere realizzato in questa maniera;
  • il micro questionario può però contenere domande aperte e chiuse e perfino scale, e solitamente c’è la presenza del rilevatore che offre interessanti garanzie, come visto sopra nel caso del questionario cartaceo autoamministrato, al quale questa scheda assomiglia molto;
  • solitamente la scheda è proposta a poche decine di persone in una situazione concreta (un evento pubblico, un servizio…) e questo impedisce di generalizzare i dati; non c’è alcun campione, salvo nei casi in cui la scheda sia somministrata per un lungo periodo, tale da consentire di rilevare un alto numero di utenti o comunque di persone di una data categoria;
  • ne consegue che generalmente non si fa neppure alcuna elaborazione statistica; anche qui: tranne nel caso in cui si raccolgano centinaia di schede

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