La differenza fra il mondo reale e il mondo vissuto

La differenza fra il mondo reale e il mondo vissuto

Scheda
Rilevanza teorica
Complessità concettuale e/o operativa
Completezza dell'articolo

Il caso dell’analisi dei bisogni

Una questione cruciale per tutti. Anche per il macellaio e per l’idraulico, per la maestra e la ministra. C’è una nota differenza fra ciò che conosciamo del mondo e ciò che il mondo è. Il mondo funziona in un qualche modo che noi non percepiamo appieno, e come noi percepiamo il mondo non è esattamente come il mondo funziona. Parlo di mondo “sociale”, naturalmente, anche se la fisica quantistica ci consentirebbe di dire qualcosina anche del mondo fisico, ma non è il mio campo né ora mi interessa.

Diciamo che tutti – assolutamente tutti noi, inclusi i fisici quantistici e gli statistici controfattualisti – viviamo in un mondo che interpretiamo per quanto riguarda il 90% delle nostre attività quotidiane, che sono attività sociali. Quel microcosmo di individui che si occupa di progettazione, ricerca sociale, valutazione dovrebbe avere una pungente e fastidiosa sensazione su questa separazione. Prendiamo progettisti, programmatori e decisori in genere nel momento in cui intendono dare una risposta a un “bisogno”. Cosa diavolo è un bisogno? Potete trovare una bella fetta di Biblioteca Universale con teorie ampie e a volte strampalate su cosa siano i bisogni ma alla fine la risposta più chiara, a mio, avviso, è questa:

l’analisi dei bisogni rischia di ridursi alla mera registrazione di esigenze predeterminate dato che la sua capacità di cogliere le dimensioni qualitative dei tratti peculiari assunti dai ruoli professionali nelle organizzazioni viene meno con l’accentuarsi delle caratteristiche di variabilità dei contesti organizzativi; esse infatti rendono del tutto inutili le “registrazioni fotografiche” di ruoli, attori, azioni e contesti soggetti a rapido cambiamento. In assenza di capacità e sensibilità a comprendere le configurazioni dei contesti organizzativi nel loro evolversi, le pratiche di routine rischiano di cristallizzarsi o in operazioni che registrano (e fanno valere) le scelte a-priori del committente (cioè dei vertici dell’organizzazione), o in “miti” metodologici che danno ai formatori l’illusione di aver seguito criteri scientifici rigorosi.

Ecco perché questo modo di praticare l’analisi dei bisogni è molto simile a un “letto di Procuste” grazie al quale è possibile adattare dati analitici e informazioni a ogni sorta di decisione (per lo più assunta a-priori) sulle azioni formative da realizzare.

Da questo punto di vista è possibile sostenere che le analisi dei bisogni, nelle pratiche più consolidate (quale che sia l’interpretazione metodologica adottata), configurandosi come autentiche forzature imposte alla realtà, assumono caratteristiche marcatamente astratte e manipolatorie.

Domenico Lipari, Logiche di azione formativa nelle organizzazioni, Guerini e Associati, Milano 2002, pp. 115-116.

Anche se Lipari, in questo testo, fa riferimento ai bisogni formativi, il suo punto di vista è chiaramente traslabile a qualunque analisi di bisogni. I “bisogni” sono ciò che noi – che progettiamo, studiamo, valutiamo – diciamo che sono; noi interpretiamo i bisogni, li  etichettiamo come tali e, spesso, li etichettiamo come la nostra organizzazione intende per dare loro una risposta. Noi creiamo i bisogni, o quanto meno li manipoliamo, ridisegniamo, ne vediamo parti, ne cogliamo aspetti.

La prossima figura dovrebbe essere chiara:

 qualunque cosa sia il bisogno ne vediamo parte, possiamo intervenire su una diversa e differente parte sulla scorta di una nostra “teoria del programma” e finiamo, per varie ragioni, per ottenere altri effetti ancora. Questo vale per chi progetta come per chi valuta; vale per il ricercatore come per il macellaio e la Ministra.

Poiché queste parzialità sono assolutamente inevitabili, la cosa migliore da fare per cercare di cogliere una parte più ampia del bisogno “reale” (qualunque cosa significhi) e ottenere risultati più “coprenti” (semanticamente) possibile, è quanto segue:

  1. elaborare una migliore teoria del programma; non lasciarla implicita ma esplicitarla; comparteciparla con molteplici attori, inclusi i presunti portatori dei bisogni;
  2. essere consapevoli dell’esistenza di fattori intervenienti e controllarli il più possibile, andando alla radice dei meccanismi che hanno prodotto determinati effetti.

Altro non si può fare.

Sostenete questo blog

interamente autofinanziato.






Categories: Metodo

Tags: , ,

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: