Cronache dal XXI Congresso AIV – L’Aquila 5-7 Aprile 2018

Cronache dal XXI Congresso AIV

Scheda
Rilevanza teorica
Complessità concettuale e/o operativa
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L’Aquila 5-7 Aprile 2018

Il Congresso ha sempre rappresentato per la nostra Associazione uno spazio di riflessione e condivisione delle prassi, un momento di confronto con chi la valutazione la commissiona e in ultimo l’occasione per fare un bilancio annuale delle attività associative e per progettare le nuove.

A differenza degli ultimi anni mi è sembrato di cogliere tre aspetti positivi: prima di tutto il congresso è stato costruito con più partecipazione, cercando anche un dialogo con il territorio aquilano (nei contenuti e nei temi di approfondimento); inoltre il tasso di litigiosità interno è stato molto più basso, grazie a una maggiore capacità ad ascoltare e ad accettare le critiche entrando nel merito ed evitando la dimensione personale; infine per l’apertura all’esterno dell’Associazione su temi caldi della valutazione e della sua collocazione strumentale nelle politiche pubbliche.

Mi sembra invece che permanga sullo sfondo l’eterno dilemma associativo: come essere più incisivi con la committenza e diventare un suo interlocutore? Come trasferire competenze valutative a chi la valutazione la commissiona e la utilizza? Come fare in modo che la prassi valutativa sia sempre più utile e di buona qualità? Su questi temi credo che le visioni siano ancora divergenti, e dunque lo sono le relative strategie di risposta.

A mio giudizio come Associazione dovremmo cercare, prima, di chiarirci tra di noi su questi ulteriori importanti quesiti: può esistere la valutazione senza risorse economiche ad essa dedicate? Può esistere la valutazione senza valutatori? L’utilità e la qualità della valutazione possono prescindere dalle competenze professionali dei valutatori? Se la risposta fosse negativa – come mi auguro per la maggior parte dei valutatori – allora il tema centrale da affrontare sarebbe quello della “professione”; ma se questa parola non dovesse piacere, per un motivo o per l’altro – contrarietà ad Albi, ad Ordini professionali eccetera – allora sostituiamola con le cosiddette “competenze professionali” e aggiungiamo anche la responsabilità dei valutatori nei confronti dei decisori e dei destinatari delle politiche.  

Provo allora ad abbozzare delle risposte alle domande che ho definito come ‘l’eterno dilemma associativo’, partendo dall’ultima e proseguendo a ritroso.

Come fare in modo affinché la prassi valutativa sia sempre più utile e di buona qualità?

La qualità e l’utilità della valutazione si accompagna alla qualità delle competenze dei valutatori (singoli e in team) e al budget a disposizione per poter realizzare compiutamente le seguenti fasi:

  1. l’esplorazione del mandato nel contesto istituzionale, organizzativo e sociale in cui la politica si esplica, fino ad identificare la domanda di valutazione;
  2. la costruzione dell’impianto valutativo (identificazione dei disegni, dei metodi, delle tecniche, degli strumenti, la verifica delle fonti) per poter assolvere al mandato;
  3. la raccolta di tutti quegli elementi che sono funzionali alla costruzione della cornice informativa sulla quale si sviluppa la ricerca valutativa;
  4. la verifica delle ipotesi di ricerca, la risposta alle domande di valutazione, la formulazione di un giudizio e delle relative raccomandazioni per migliorare la politica;
  5. il trasferimento dei risultati del processo valutativo alla committenza e agli stakeholders più rilevanti nonché la facilitazione dei processi di apprendimento.

Ogni fase richiede la presenza di competenze puntuali e multidisciplinari, che il valutatore singolo o il team dovrebbero possedere o almeno conoscere. Mi riferisco ai differenti modi di approcciarsi alla conoscenza di fenomeni complessi.

Senza un’adeguata offerta formativa, di base e avanzata, rivolta a chi si avvicina alla valutazione e ai valutatori professionisti, la valutazione si indebolisce. Ne consegue che la formazione dei valutatori debba essere un tema prioritario per l’Associazione.

Allo stesso tempo, tenendo bene a mente che ogni fase è importante per rendere compiuta la funzione della valutazione, ad ogni fase va previsto un budget specifico. Il trasferimento dei risultati della valutazione e la relativa facilitazione dei processi di apprendimento sono alla base anche della risposta alla domanda successiva.

Come trasferire competenze valutative a chi la valutazione la commissiona e la utilizza?

Chi commissiona la valutazione deve anche saperla fare? Oppure è più utile che sappia cosa è necessario sviluppare con la valutazione? Rispondo con altre domande perché sembra che alcuni prospettino per i committenti il trasferimento di conoscenze sui metodi e sulle tecniche, slegandoli dalla logica dell’utilità e della qualità. Sembra quasi che la qualità della valutazione prescinda dalla qualità dei professionisti e dalle risorse a disposizione.

Quando ci si affida a un esperto impegnato in professioni ad alta intensità di conoscenza, il problema della misurazione della sua performance è abbastanza comune, perché nell’era della disintegrazione (disruption) dei servizi di intermediazione/facilitazione ad opera della tecnologia, la direzione di marcia è quella del prezzo più basso. La prestazione del professionista è tanto più secondaria rispetto al prezzo quanto più la sua prestazione può essere parcellizzata in mille segmenti come in un catalogo di prodotti.

Più volte nel corso del Congresso, in ogni sessione in cui era presente un Committente, ho sentito parlare di tecniche invece di approccio alla conoscenza, e di utilizzo di personale pubblico della ricerca, per la rilevazione a costo zero dei dati, perché la valutazione costa. C’è così l’idea che nella valutazione l’approccio alla conoscenza non si configuri all’interno di un quadro unitario, dove coabitano e interagiscono tutte le fasi della valutazione; al contrario, sembra quasi che il valutatore sia una figura residuale che utilizza tecniche già date e contenuti pensati e raccolti da altri.

Dunque dentro la stessa nostra Associazione non si parte dal professionista, ma si ha la presunzione che un committente “valutatore” (adeguatamente formato) sia in grado di governare i processi e quindi garantire valutazioni di maggior qualità. Allora perché i committenti presenti nell’AIV, sapendo quanto costi una buona valutazione, non la appaltano all’esterno né si avvalgono di esperti? Molto probabilmente perché ritengono che la valutazione non sia una professione e che tutti con un po’ di adeguate conoscenze siano in grado di farla.

Quest’ultimo punto è legato all’ultima domanda.  

Come essere più incisivi con la Committenza?

Non si può essere più incisivi con la Committenza se l’AIV non produce pensiero rispetto a tre dimensioni:

  1. il ruolo dato alla valutazione all’interno delle politiche,
  2. il mercato della valutazione,
  3. la prassi della valutazione (non solo nei metodi ma anche in rapporto alla deontologia professionale).

Ritengo che la scorciatoia delle relazioni sia una strada perdente. Penso che l’Associazione debba produrre valore dalle sue pratiche di riflessione, condivisione e di azione valutativa. In tal senso vedo di buon auspicio due elementi:

  1. dentro l’Associazione si sta sviluppando un dibattito aperto sul ruolo della valutazione nella ricerca universitaria, una riflessione critica che parte dall’uso strumentale della valutazione all’interno di una politica che non esprime domanda di valutazione; in particolare rispetto agli effetti che la valutazione sta producendo nel paese, interrogandoci sulle nostre responsabilità nei confronti della collettività in funzione dei compiti che la Costituzione affida all’Università;
  2. la costituzione di un Osservatorio sui mercati della valutazione, che dovrebbe presidiare la trasparenza dei processi di selezione dei valutatori, e la sostenibilità delle valutazioni rispetto alle funzioni che dovrebbe assolvere.

Il futuro della valutazione è legato alla “sopravvivenza” dei valutatori: mercato, formazione e deontologia. È necessario lavorare per una professione che garantisca la pluralità nell’uso degli approcci alla conoscenza, che formi i suoi praticanti nei differenti campi del sapere, che stabilisca sulla base dell’agire quei presupposti etici che salvaguardano chi fa uso della valutazione. La sfida è grande ed è necessario il supporto di tutte e tutti.

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interamente autofinanziato.






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1 reply

  1. Interessante
    Complimenti per l’enfasi e la lucidità di Tenna
    Sono sicuro che lui ci crede ed auspico abbia ragione
    Le stesse cose però le ho lette 5-6 anni fa dalle pagine di un ex presidente
    Poi il vuoto assoluto
    La crescita non c’è stata e se abbiamo meno litigiosità è solo perchè sono rimasti i 4 gatti del circolo ben classificato in precedenti post da Bezzi
    La cooptazione di AIV nelle presidenze e direttivi…

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