I questionari non contengono solo domande

I questionari non contengono solo domande

Scheda
Rilevanza teorica
Complessità concettuale e/o operativa
Completezza dell'articolo

I questionari più interessanti contengono, a volte, strani oggetti…

Cosa c’è in un questionario?

‘Questionario’ (inglese Questionnaire) deriva dal latino Quaestio (domanda) perché la sua forma originaria, e tuttora la più diffusa, è quella dell’elenco di domande da porre a degli intervistati. Redigere un questionario assume quindi il prevalente significato di “redigere un elenco di domande relative all’oggetto di indagine”. Salto a pie’ pari tutta la complicatissima e fondamentale questione di come si arrivi a concettualizzare l’oggetto di indagine (che per i valutatori è l’efficacia di un programma, l’efficienza di un progetto o altro), come da tale concettualizzazione si arrivi poi a definizioni operative coerenti con l’oggetto, plausibili nel contesto, semanticamente collegate, definizioni operative che includono le versioni di “domande” da inserire nel questionario, le eventuali risposte previste, le procedure di elaborazione, la matrice e così via.

Insomma: molto molto in generale questionario = insieme di domande.

In questa nota voglio segnalare come non sia affatto così e il questionario possa diventare qualcosa di molto più interessante, flessibile, ampio e coinvolgente.

Il questionario, oltre a domande aperte e chiuse e qualche scala, può contenere strumenti veramente interessanti, ammesso che le condizioni di ricerca consentano di gestirli. A seconda del tipo di ricerca, suoi obiettivi e contesto; a seconda della strategia di somministrazione (face to face, telefonica…); del percorso di concettualizzazione elaborato e quindi delle definizioni operative stabilite; e, insomma, senza possibilità alcuna di generalizzare e di utilizzare qualunque di queste proposte come un prezzemolo messo a caso in qualunque questionario, un questionario può anche contenere:

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  • Storielle (o: storie. Cfr. Alberto Marradi, Raccontar storie. Un nuovo metodo per indagare sui valori, Carocci, Roma 2005): piccoli episodi di vita, in stile aneddotico, che aiutano a creare un contesto situazionale in cui l’intervistato si immedesima; in seguito alla descrizione della storia si pongono domande specifiche (del tipo “Lei cosa avrebbe fatto in quella situazione?”) le domande successive prevedono di approfondire la precedente risposta;
  • Vignette; veri e propri disegnini con una funzione assai simile alle storielle: si incomincia con “Cosa rappresenta secondo lei questo disegno?” per poi interrogare l’intervistato; è una tecnica sostanzialmente proiettiva e occorre saperla gestire con grande competenza;
  • varianti delle scale tradizionali: per esempio Termometri dei sentimenti e Scale delle Priorità Obbligate; per brevità rinvio al mio Glossario su questo sito per una loro sintetica illustrazione;
  • altri “giochi” utilizzabili per creare un contesto di interrogazione; per esempio in una vecchia indagine campionaria utilizzammo un “gioco” chiamato “Se lei fosse il sindaco” (un budget game descritto anche nel volume di Pacinelli Metodi per la ricerca sociale partecipata, di cui parlerò in altra nota) in cui l’intervistato, informato sulla distribuzione del bilancio comunale, poteva decidere se allocare più o meno risorse alle varie voci di bilancio (servizi di trasporto, asili nido, …) maneggiando fisicamente gettoni (monete) che collocava nei diversi slot (le voci di bilancio); sussisteva il vincolo di pareggio: se eccedeva il bilancio reale nel voler finanziare troppi servizi, si chiedeva poi dove trovava le risorse (nuove imposte, tariffe maggiorate…?). Dopo avere sistemato il proprio bilancio e avere registrato i dati, l’intervistatore poi gli poneva domande specifiche. Ma ci sono molti altri “giochi” utili per l’intervista, non necessariamente della famiglia dei budget game.


A sinistra: il mio libro sul questionario. Molte cose scritte in questo post sono tratte da questo testo-

Il budget game

Partiamo col budget game.

Con budget game possiamo intendere qualunque strumento idoneo a far riflettere l’intervistato su aspetti economico-finanziari, al fine di porgli domande del tipo “quanto investirebbe lei su…?”, “dove opererebbe tagli economici…?” e simili. L’idea centrale, qui come in altri “giochi”, è quella di costruire un contesto simulato in cui l’intervistato si possa immedesimare sviluppando (si spera) una più profonda comprensione e riflessioni più meditate sull’oggetto delle domande che seguiranno. Chiunque abbia redatto e somministrato questionari sa di cosa parlo; se intervisto Tizio e gli propongo una sequenza di domande che iniziano semmai da “Età”, “Titolo di studio” e così via, passando per “Come giudica i servizi pubblici offerti dal suo comune? Molto buoni / Buoni … / Pessimi” e poi gli chiedo “Secondo lei il Comune dove potrebbe operare risparmi di bilancio? In che settore? Di che entità?” beh, capite tutti che l’intervistato, già stanco per le precedenti domande, intontito dalle tante cose richieste, difficilmente riuscirà a focalizzare il bilancio comunale, la ripartizione delle spese, i settori passibili di tagli e così via.

E’ proprio la situazione in interviste complesse che porta a suggerire l’inserimento di item diversi dalle domande, per esempio dei “giochi”, e l’uso di materiali manipolabili da parte dell’intervistato – che alcuni chiamano gergalmente gadget – che aiutano la concentrazione e spezzano la monotonia.

Il budget game è appunto un gioco con gadget, che aiuta l’intervistato e lo predispone alle domande su un tema specifico, come già ricordato.

Non pochi anni fa, in un’epoca in cui facevo molte indagini con questionari, ho realizzato un budget game che vi illustro come esempio. Il contesto è quello di un’indagine campionaria molto ampia sulla conoscenza e utilizzo dei servizi pubblici a Perugia e giudizio da parte dei cittadini (e altro ancora; non vi cito neppure il testo, è introvabile). Credo che la cosa migliore sia riportare la parte di questionario che ci interessa in forma integrale; capirete facilmente da soli. Tutte le parti in grassetto sono istruzioni per l’intervistatore.

Nel 1987 [Nota: questa indagine è stata realizzata nella Primavera 1989, e quelli dell’87 erano gli ultimi dati disponibili] il Comune di Perugia ha speso per ogni cittadino e per i servizi che ora le elencherò 1.460.000 lire. Tale somma è stata distribuita nel modo che lei vede rappresentato nel tabellone. La invitiamo a partecipare a un esperimento in cui lei, usando dei buoni monetari dell’importo complessivo di 1.000.000 che ora le fornirò, potrà variare la ripartizione e/o l’importo della spesa pro capite (mostrare il tabellone in cui sono elencati i principali servizi gestiti dal comune e i buoni monetari da utilizzare). Le chiederò poi di indicarmi, nel caso di aumento della spesa come vorrebbe reperire i mezzi per farvi fronte, nel caso di diminuzione come utilizzerebbe tale risparmio.

Dunque, se lei fosse il Sindaco, quali spese aumenterebbe, quali diminuirebbe e quali lascerebbe invariate?

(dare all’intervistato il tempo di osservare il tabellone. mentre sceglie, l’intervistatore riporti tale scelta sul questionario apponendo vicino ad ogni voce, a seconda dei casi, il segno +,  -, =. accertarsi che l’intervistato abbia compreso).Ora, vicino ad ogni settore in cui ha deciso di aumentare la spesa appoggi uno o più buoni rossi dell’importo desiderato, vicino ad ogni settore in cui ha deciso di diminuire la spesa appoggi uno o più buoni azzurri di importo pari al taglio che intende operare. Ovviamente, se lei vuole mantenere invariata la spesa complessiva, gli aumenti di spesa che lei opererà in alcuni settori dovranno essere compensati da tagli dello stesso ammontare in altri; altrimenti la spesa pro capite potrà risultare aumentata o diminuita nella misura da lei desiderata. Naturalmente nei non è costretto ad utilizzare completamente il milione che ha a disposizione!

L’intervistatore aveva precise istruzioni per la conduzione di questa fase dell’intervista, che proseguiva con domande specifiche sul reperimento dei fondi (nel caso che la ripartizione dell’intervistato indicasse un aumento della spesa complessiva) o sulla destinazione del risparmio.

Riepilogo:

  • si tratta di un questionario in un’indagine campionaria, quindi ovviamente ci sono molte domande aperte, chiuse etc. come si conviene ad ogni questionario;
  • a un dato momento, anziché porre un’altra domanda, l’intervistatore tira fuori un tabellone con disegnato, tramite delle barre di lunghezza diversa, i capitoli di bilancio relativi a scuole materne, assistenza sociale, impianti sportivi, e ogni altra voce declinabile nel contenitore “servizi pubblici” (poiché quello era l’oggetto dell’indagine);
  • mentre mette sotto il naso dell’intervistato il tabellone, l’intervistatore inizia a sciorinare la spiegazione vista sopra (quella ovviamente è una traccia da adattare in base alla comprensione che manifesta l’intervistato), gli mostra e consegna i buoni rossi e azzurri e così via;
  • l’intervistato guarda, decide cosa vorrebbe aumentare o diminuire, probabilmente chiede spiegazioni all’intervistatore, poi prende i buoni monetari e li sistema, li cambia, finché dice “Ecco, per me va bene così”;
  • a quel punto l’intervistatore annota sul questionario, servizio per servizio, se c’è stata una variazione e di che entità; poi calcola se la somma delle variazioni operate dall’intervistato portano al pareggio di spesa, a un suo aumento o diminuzione e – come se questa fosse stata una domanda filtro – propone domande specifiche sul reperimento dei fondi (nuove imposte?, incrementi delle tariffe? …) o sulla destinazione del risparmio (diminuzione tariffe? diminuzione imposte sul reddito? …).

Giochi di ruolo nel questionario

Vediamo ora un tipo di gioco, che potremmo chiamare “di ruolo”, che ha le stesse finalità e meccanismi sostanzialmente simili al budget game e a qualunque altro “gioco” che – a questo punto – potete immaginare da soli:

  1. spezzare la monotonia della sequenza domande-risposte;
  2. consentire all’intervistato di immedesimarsi in una situazione, con conseguente maggiore qualità della sua risposta;
  3. rendere disponibili (eventualmente) oggetti manipolabili (i cosiddetti gadget) che rinforzano i due obiettivi precedenti.

Qui vi presento un gioco di ruolo che utilizzai in una vecchia ricerca su “Risorse giovanili e servizi territoriali”. Per non perdere tempo non vi spiego troppo di questa ricerca, salvo dire che non si trattava di una vera e propria ricerca campionaria e gli intervistati erano per lo più (ma non solo) giovani intervistati nelle loro classi scolastiche superiori.

Dopo svariate altre domande a un certo punto si chiedeva:

178) Continuiamo a parlare di lavoro. Supponiamo che ogni “qualità”, competenza, predisposizione, ecc., utile per farsi strada nel mondo del lavoro sia una carta da gioco di un mazzo particolare. Qui sotto trovi raffigurate tutte le carte possibili di questo mazzo che potremmo chiamare delle “competenze e opportunità”; osservale prima attentamente.

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Ora, per piacere, metti una croce (ben visibile) sulle “carte” che ritieni di avere in mano tu, sulle qualità che sai di possedere, sulle competenze ed opportunità che ti potresti giocare (massimo 5).

191 Adesso devi giocare una partita; con le carte che hai in mano (quelle che hai indicato sopra) devi cercare un lavoro (se già lavori, supponiamo che vuoi cambiare o migliorare la tua attività); quale carta giocheresti?

gioco questa carta: ______________________

192 Ora giochiamo la seconda mano. Hai un lavoro che forse ti piace o forse no, ma che puoi migliorare con un avanzamento di carriera o con mansioni più interessanti, con una sistemazione, comunque, che tu ritieni preferibile. Delle carte che ti sono rimaste in mano (tolta, quindi, quella già giocata in precedenza), quale carta giocheresti per ottenere qualcosa di meglio nel tuo posto di lavoro?

(Possono rispondere anche gli studenti)

gioco questa carta: ______________________

193 La partita continua: ora puoi ripescare dal mazzo iniziale un’altra qualità fra quelle che non hai mai posseduto; quale nuova carta vorresti avere?

vorrei questa carta: ______________________

Come vedete ci sono delle differenze col budget game visto l’altra volta. Data la situazione di intervista diversa (intervistatore di fronte a un intero gruppo classe) non c’erano tabelloni o gadget, ma una rappresentazione particolare (che sostituisce i gadget) entro il questionario. I numerini dentro le “carte” sono ovviamente i numeri di codice per consentire l’imputazione dei dati.

Il significato della sequenza credo sia chiaro anche non conoscendo il contesto della ricerca: si indaga l’immaginario di giovani alle soglie delle decisioni professionali in merito alle condizioni necessarie per avere successo (intelligenza o amicizie importanti? Mera fortuna o impegno?), poi si mettono alla prova le scelte espresse facendo giocare “le loro carte” (una nota metafora resa concreta in questo gioco) chiedendo infine cosa manca loro, quale carta vorrebbe avere in più.

Raccontar storie nel questionario

Concludo con la proposta delle storie marradiane (‘marradiane’ perché le ha introdotte in Italia Alberto Marradi, a quanto io so; sull’argomento potete leggere il suo godibilissimo Raccontar storie. Un nuovo metodo per indagare sui valori, Carocci ed., Roma 2005).

Molti anni prima che scrivesse questo libro Marradi insegnò a me e a un gruppetto di colleghi l’arte del raccontar storie nell’intervista con questionario; all’epoca, veramente, le chiamava “storielle”, che mi pareva anche più simpatico, e su questo metodo mi addestrai a lungo con lui e poi lo sperimentai in alcuni lavori antichi.

L’idea è semplice: anziché formulare una domanda si propone un breve racconto (poche righe; si tratta appunto di storielle, di aneddoti, di schizzi veloci), attorno al quale poi si formulano alcune domande volte a indagare il pensiero dell’intervistato. E’ evidente che la funzione della storia è quella di creare un contesto simulato in cui immedesimarsi, tanto da poter formulare domande con l’incipit (per esempio) “Se lei si fosse trovato in quella situazione…”.

Alcuni elementi chiarificatori attorno alle storie:

  • non possono essere inventate su due piedi: vi assicuro che non funzionerebbero, si percepirebbe subito la loro falsità; le storie sono sintesi di fatti reali capitati al ricercatore, brani di cronaca reale, e trasmettono il senso di realtà che consente di immedesimarsi;
  • ogni storia ha a che fare con dimensioni di ricerca che il ricercatore deve ben comprendere e verificare; se vi inventate una storia che vi sembra simpatica e risponde al requisito precedente, vi dovete porre il problema di cosa ritenete di indagare con essa. Se avete presente il paradigma lazarsfeldiano sapete che ogni domanda del questionario è una soluzione operativa per sostanziare empiricamente un indicatore che voi avete posto (assieme ad altri) al centro della vostra ricerca dopo un percorso che dal concetto iniziale, eventualmente attraverso dimensioni e sotto-dimensioni, è arrivato appunto agli indicatori e loro definizioni operative. Cosiccome partire dalle domande (sperando che c’azzecchino col concetto) è sbagliato, anche partire dalle storie sarebbe parimenti errato, a meno che non sottoponiamo le nostre proposte di storie ad attenta verifica sperimentale. Marradi ha fatto per anni questo, costruendo e modificando storie, provandole empiricamente e verificando quali dimensioni del concesso presidiassero, quale formulazione lessicale fosse meglio comprensibile e via discorrendo;
  • le storie hanno poi una coda di domande (generalmente non una sola) che pongono anche domande alternative all’intervistato. Per farvi capire questo aspetto ve ne propongo una:

E’ mattina presto e il signor Masetti, andando a lavorare in bicicletta, sbuca improvvisamente da una stradina laterale in una via del centro cittadino. Proprio in quel momento sta passando una Mercedes, che per evitare il ciclista finisce contro un pilastro. Masetti si dichiara colpevole e promette di farsi vivo per pagare i danni alla carrozzeria. Più tardi, Masetti racconta l’episodio ai colleghi di lavoro: tutti gli dicono che ha fatto male a impegnarsi a pagare, visto che non c’erano testimoni e che inoltre il codice della strada gli dà ragione, perché in città una macchina dev’essere sempre in grado di arrestarsi. La riparazione può costargli un occhio, mentre probabilmente per il padrone della Mercedes è una spesa da niente. Ma Masetti dice che lui è proprio sbucato all’improvviso davanti alla Mercedes e che se l’autista non sterzava lui avrebbe potuto farsi molto male. Codice o non codice, sa benissimo di aver torto. I colleghi commentano fra loro che Masetti è proprio un fesso.

Lei è d’accordo con Masetti o coi suoi colleghi?

Dopo la risposta dell’intervistato seguono ulteriori domande e colpi di sonda di carattere opposto; se per esempio ha risposto di essere d’accordo con Masetti, l’intervistatore sottolinea tutti i motivi per cui hanno ragione i colleghi, e viceversa. Dopo la storia, insomma, si alimenta una piccola discussione che costringe l’intervistato ad argomentare approfonditamente la sua risposta;

  • è evidente che un contesto d’intervista così articolato dovrebbe essere registrato, o quanto meno ampiamente trascritto, e non ridotto a sintetiche risposte riassuntive. L’analisi dei ragionamenti e ripensamenti degli intervistati è effettivamente un processo lungo ma estremamente interessante.

E’ una tecnica facile e comoda? Per niente. E’ usuale nella ricerca sociale e in valutazione? Niente affatto. Mi sembra che oggi la maggioranza di cose che si leggono sono costruite all’insegna della fretta e di una certa approssimazione, e indubbiamente “raccontar storie” è per ricercatori pazienti e meticolosi.

Ma come sempre vi invito a traslare da questa proposta specifica a riflessioni più generali, certamente sui questionari ma non solo.

In conclusione: il volume di Marradi è molto operativo: insegna a raccontar storie e analizzarle e ne include un discreto repertorio. Se vi è sembrato interessante andate a leggerlo.

Claudio Bezzi, 15 Marzo 2018

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