Capire i gruppi di lavoro che utilizziamo nella ricerca

Capire i gruppi di lavoro che utilizziamo nella ricerca

Scheda
Rilevanza teorica
Complessità concettuale e/o operativa
Completezza dell'articolo

Fare un focus group, o un brainstorming… implica molte abilità e conoscenze a cavallo fra diverse discipline.

Gruppi naturali e gruppi ad hoc

Col termine “gruppo di lavoro” (o “ad hoc”) si intende un insieme di persone riunite per un obiettivo specifico. Queste persone possono non conoscersi fra loro ma accettano di partecipare a una sessione coordinata da uno specialista per discutere o per applicare strumenti, dare punteggi, etc. Nella ricerca sociale i tipici gruppi di lavoro sono, per esempio, i focus group, il brainstorming etc., che vengono generalmente utilizzati acriticamente, senza porsi domande sulla loro natura, qualità del dato prodotto, conseguenze per i partecipanti… Nella letteratura metodologica (sociale e valutativa) esistono dozzine di volumi su questa e quella tecnica di gruppo, spesso muniti di definizioni relative a ciascuna (per esempio il gruppo nella tecnica del focus group, il gruppo nella tecnica Delphi…). Tutte queste tecniche hanno a che fare col ramo destro della rappresentazione in figura. 3 Tecniche non standard.001.jpeg La nuvola confusa del generico concetto di ‘Gruppo’, per come lo usiamo nel linguaggio ordinario, viene in letteratura innanzitutto distinto fra i gruppo “naturale”, che non ha compiti e regole precisi e si forma naturalmente in contesti socio-culturali particolari (i colleghi d’ufficio, i parenti che si ritrovano per le festività…) e gruppo “ad hoc”, che si forma per l’esecuzione di un compito definito (un comitato di valutazione o un team di ricerca, per restare nei nostri territori). Cfr. CraiG D. Parks e Lawrence J. Sanna, Group Performance and Interaction, Westview, Boulder, CO 1999, p. 10:
imagesLet us start with the most basic group issue: How do groups form and stay together? As we alluded to in our jury example, many groups are purposely formed to accomplish a specific goal. A committee is another good example. We refer to such groups as ad hoc groups. This type of group remains together only as long as it takes to accomplish the goal, and then it disbands. By contrast, a second type of group, which we refer to as a natural group, comes together without outside impetus. A good example of a natural group is a group of friends. Groups of friends arise and evolve over time; they are not carefully constructed to achieve a goal. In the following text, we will see how natural groups form.
E’ evidente che le tecniche basate su gruppi sono tutte ad hoc, vale a dire insiemi di individui presenti nella stessa sessione in compresenza e con interazione diretta (gruppi reali) o di individui non compresenti fisicamente ma in interazione mediata a distanza dal ricercatore (gruppi nominali), allo specifico scopo di rispondere alle domande dell’intervistatore, o facilitatore, conduttore o altro termine (in letteratura si trovano diversi termini, ciascuno ben giustificato dall’Autore proponente; non sembra fondamentale cavillare su questi elementi terminologici; solo per la cronaca, io utilizzo generalmente ‘facilitatore’ per la funzione che assume di aiuto nella comprensione reciproca fra i partecipanti entro lo scambio dialogico che cerca di alimentare; ma va bene qualunque altro. Gli anglosassoni utilizzano spesso leader, ribadendo così che la vera funzione di regìa compete a lui/lei). Costoro non sarebbero lì se non fosse che qualcuno li ha individuati, selezionati, convocati, blandendoli con lusinghe, promettendo onori, o denari, o facendo leva sulla loro curiosità o altro. Qualche volta può capitare che il ricercatore utilizzi per intero dei gruppi naturali (se sta lavorando su tematiche giovanili potrebbe avere preso un intero gruppo classe per fare un focus group; se sta lavorando sulla qualità di servizi sociali potrebbe avere preso gli operatori di un servizio per un brainstorming; etc.) ma a ben vedere non cambia nulla: quegli individui, già membri di un gruppo naturale, ora sono lì, davanti al ricercatore, a rispondere a quelle domande, dove mai sarebbero stati se non fossero stati reclutati per rispondere ai fini della ricerca, e quindi in quel momento sono parte di un gruppo ad hoc. Questa riflessione è rilevante, perché sgombera il campo – quanto meno riducendone la pretesa – dalle affermazioni circa la qualità delle informazioni prodotte in gruppo in quanto “più naturali”.

Problemi e limiti delle tecniche basate sui gruppi

Credo di potere indicare tre principali dimensioni problematiche di queste tecniche (focus, brainstorming, N.G.T., etc.):
  1. la natura del gruppo in sé: nella letteratura metodologica si enfatizza spesso acriticamente il fatto che il gruppo, per ragioni solitamente non discusse, sarebbe buono in sé, efficace, proficuo e con non sempre esplicitati valori aggiunti rispetto ad altre forme di interrogazione. Diversamente dalla retorica dei gruppi è facile rilevare come la letteratura psico-sociale ammetta invece una assai maggiore problematizzazione, indichi molteplici fattori che penalizzano e rendono inefficace il lavoro di gruppo e non nascondono i limiti entro cui tali gruppi possono essere utilizzati;
  2. il problema linguistico: se anche l’interazione entro un gruppo avviene con forme comunicative molteplici e in gran parte non verbali, l’aspetto verbale assume una particolare importanza a ragione del fatto che “il prodotto” del gruppo è un testo pattuito fra i suoi membri, solitamente durante un’interazione dialogica soggetta alle molteplici problematiche dello scambio verbale (vaghezza, ambiguità…). L’elemento linguistico è completamente ignorato in letteratura (sociologica o psicologica) mentre invece può essere, alternativamente, elemento di distorsione ovvero leva di successo;
  3. il tema del consenso: una delle leggende che circondano queste tecniche riguarda il fatto che favorirebbero il consenso; l’equivalenza è la seguente: molteplici attori, in gruppo, concordano su una data affermazione relativa alla realtà = quella affermazione è pertanto vera. Anche se si tratta di una sciocchezza colossale continua a trovarsi riproposta.
Queste tre dimensioni sono assolutamente ignorate nella principale letteratura metodologica di origine sociologica; le ultime due anche da quella psicologico-sociale. Alcune di queste tecniche di gruppo sono molto presenti nella ricerca sociale e in valutazione. Alcune meno (Delphi, dispendiosa e complessa), altre semmai legate a specifici studiosi e professionisti. Qualcuna, e il focus group in particolare, moltissimo. Direi che non leggo o non ascolto presentare una ricerca valutativa senza vedere che non solo ha utilizzato molto i focus, ma spesso ha fatto solo dei focus. Ho già dichiarato altrove la mia opinione in merito a questa moda, ma è il caso che ribadisca:
  • in generale quelli che vengono chiamati focus group non sono tali, ma si risolvono in interviste di gruppo, che è cosa diversa; anche come interviste di gruppo sono poi spesso mal condotte e peggio analizzate, con un decadimento complessivo dell’impianto della ricerca;
  • la ragione principale del loro utilizzo è la velocità e i bassi costi, che suggeriscono il loro impiego – comunque legittimato come “scientifico” – in ogni dove e senza criterio; l’unica altra ragione è la facilità esecutiva (delle interviste di gruppo, non dei focus) e la scarsa competenza verso un ventaglio di alternative da parte di molti utilizzatori, accademici e professionali;
  • in nessun caso il focus group – fosse pure quello “vero” – è in grado di sostenere autonomamente una ricerca sociale o valutativa e – per molte ragioni di cui non posso rendere conto qui – senza il forte sostegno di altre tecniche in integrazione, il focus può limitarsi solo a fornire indicazioni esplorative.
Sempre limitandomi al focus group – che è appunto una tecnica conosciuta e (fin troppo) utilizzata, un recente spoglio della letteratura italiana in argomento ha portato a queste conclusioni (per l’analisi completa e i riferimenti bibliografici fate riferimento al testo originario pubblicato sulla Rassegna Italiana di Valutazione, n. 43/44, 2009):
  • un fondamentale ottimismo rispetto ai gruppi in quanto tali;
  • le informazioni tratte da gruppi in interazione (come il focus group) sono attendibili;
  • l’idea che i gruppi riproducano in maniera più o meno “naturale” le situazioni e le interazioni fra individui, consentendo di avvicinarsi più a informazioni valide, specie in contesti decisionali/valutativi;
  • i focus group sono particolarmente utili in casi di soggetti deboli, su argomenti intrusivi, in contesti difficili;
  • producono più dati di ottima qualità rispetto ad altri metodi;
  • un’equivalenza – operata in particolare da certi autori – fra co-produzione dell’informazione in seno al gruppo e democraticità dei processi messi in campo;
  • sono utili di per sé e non solo in forma ancillare assieme ad altre tecniche o in fasi esplorative.
Io credo che tutte – nessuna esclusa – queste affermazioni siano discutibili, nel senso proprio di passibili di dubbio e argomentazioni contro e, in alcuni casi, addirittura ingenue. Vedremo in altre note future di fare qualche passo avanti alla riflessione sui gruppi.

I gruppi: istruzioni per l’uso 

Esploriamo un pochino più a fondo la natura dei gruppi seguendo un manuale 418DtQFybYL._SX340_BO1,204,203,200_particolarmente ben scritto: Gianni Del Rio e Maria Luppi, Gruppo e relazione d’aiuto. Saperi, competenze, emozioni, Franco Angeli, Milano 2010:
  1. il concetto lewiniano di “campo”, che a mio avviso può avere feconde contaminazioni con analoghi concetti sociologici, antropologici e addirittura linguistici, ci aiuta a capire come e perché si instaurano determinate dinamiche (che stiamo per vedere) in seno al gruppo; ha a che fare – a mio avviso – con gli “schemi concettuali” suggeriti da Neisser e quindi con i processi di costruzione dei concetti negli individui, e con le loro modificazioni in seguito all’interazione con l’ambiente (o in seno a un gruppo); al di là di Lewin, se non ci interessiamo a come i gruppi aiutino o meno a costruire e modificare i concetti che animano l’azione degli individui, è difficile che possiamo apprezzare o meno il loro uso in valutazione;
  2. status, ruolo e leadership: elementi fondamentali da comprendere sia nell’organizzazione di un gruppo (chi reclutare e chi no) sia – e fondamentalmente – nella sua gestione; alcuni gruppi si strutturano in senso “democratico” (secondo una terminologia abbastanza classica), altri no, e le conseguenze rispetto ai compiti (nei gruppi dei valutatori c’è sempre uno scopo pratico) variano assai, includendo anche l’ipotesi del fallimento di scopo; poi, evidentemente, non si butta via niente, qualche cosa sarà pure stato detto e fatto nel gruppo, con qualche aggiustamento ex post una relazione al committente si può sempre imbastire, ma forse non è questo ciò che vogliamo. E poiché il principale leader del gruppo di lavoro è il suo conduttore (o facilitatore), ne consegue che dovremo avere una qualche consapevolezza sulle conseguenze che hanno i nostri stili di conduzione (e questo volume parla approfonditamente del setting, altra questione cruciale);
  3. coesione e disgregazione dei gruppi: come fanno i gruppi a stare assieme, uniti nel loro compito? Quali fattori invece li disgregano? Ci sono motivi operativi e altri di carattere affettivo (la componente affettiva è inestricabilmente legata alla relazione, anche in gruppi di lavoro come quelli utilizzati dai valutatori) che vanno conosciuti per prevenire effetti negativi nel gruppo; ma sopra tutti occorre comprendere quelli che Bion (e in seguito altri) ha chiamato “assunti di base”: innanzitutto Accoppiamento, Attacco e Fuga, Dipendenza, poi – per altri Autori – Unità, Meità (Me-ness) e Incoesione. Gli assunti di base (AdB) sono pulsioni sostanzialmente ansiogene che portano il gruppo a unirsi in forme nevrotiche; a volte apparentemente funzionali e a volte no. Il conduttore deve saperli riconoscere, per distinguere il prodotto elaborato consapevolmente e in forma matura da quello indotto da assunti di base. Si comprenderà come gli AdB: i) organizzino pensiero e azione dei membri del gruppo; ii) strutturino il loro linguaggio, e quindi quel testo che è il prodotto fondamentale di ciascun gruppo di lavoro, e quindi: iii) indirizzino i risultati e quindi il giudizio valutativo su di essi fondato.
Oltre a rinviare al testo, che raccomando caldamente se non altro come valida introduzione a letture successive, non posso che ribadire un concetto che ho già proposto: tanto più perché vogliamo occuparci di valutazione non possiamo restare vincolati da troppo rigidi saperi disciplinari. E’ indispensabile gettare almeno un’occhiata a quanto discipline contigue hanno detto su temi che intendiamo praticare. I valutatori si sono molto gettati sui gruppi, che in valutazione vuole dire essenzialmente focus group, brainstorming e simili, ma questi vengono intesi in maniera molto meccanica (individuare potenziali esperti, convocarli, porre loro domande, riassumere quanto detto) con scarsa attenzione alle implicazioni – per esempio di natura psicologica – che nel gruppo si danno e che influiscono pesantemente sui risultati operativi.

I gruppi producono testi

Per addentrarci nella realtà delle tecniche di gruppo dobbiamo fare una riflessione attenta alla loro natura. Cosa producono, esattamente, queste tecniche? Niente altro che testi. Solo una profonda attenzione a questo aspetto può farci avvicinare a una riflessione distaccata. Andrebbe precisato che tutte le tecniche di ricerca producono testi, ma certamente qui può apparire più evidente. Nel focus group i partecipanti esprimono pareri, registrati e trascritti, poi analizzati in varie forme dal ricercatore. Nel brainstorming essi producono, in una prima fase, delle “stringhe” di significato che poi, in fasi successive, sono organizzate e sintetizzate attraverso uno scambio verbale. Nella Delphi i panelist scrivono il loro articolato pensiero al ricercatore che fa le opportune sintesi. In alcune tecniche (NGT, SPO e altre) vengono prodotti apparentemente dei “numeri”, che in realtà sono etichette che sintetizzano ragionamenti individuali o di gruppo attraverso scale ordinali o cardinali, e quindi siamo sempre in presenza di testi, anche se ridotti – ai fini della tecnica – nella simbologia di un valore di scala. Parlare di individui che, in interazione, producono testi, rinvia sostanzialmente a due grandi ordini di problemi: le dinamiche di gruppo viste sopra e la natura del linguaggio. Proviamo un riassunto fin qui, da riferire alle tecniche basate su gruppi: i partecipanti a questi gruppi attuano un ricchissimo scambio comunicativo attingendo – ogni partecipante – a universi di senso, oltre che di significato, che sono potenzialmente differenti in virtù delle esperienze individuali pregresse, dello status sociale, della loro collocazione sociale e professionale, e così via; e che durante tale scambio l’interpretazione reciproca avviene a partire da tali schemi mentali, non necessariamente coincidenti, producendo quindi sottili ambiguità e potenziali fraintendimenti che vengono spesso ignorati e aggirati – come stiamo per vedere – adattando in qualche modo la verbalizzazione altrui al sistema strutturato di significati (e di significazione) di cui si è portatori, nel tentativo costante di “far quadrare” il mondo. Questa palude di equivoci della significazione è costantemente ignorata da tutti noi proprio perché adattiamo continuamente il messaggio ricevuto ai nostri schemi mentali, giocando sulla sua stessa ambiguità; ciò è facilissimo (e ci salva da un costante mal di testa) nell’ambito del linguaggio ordinario, dove se chiediamo al familiare “mi prendi una  sedia?” non apriamo una discussione infinita su cosa significhi /sedia/ e quale sia il suo referente; ma il ricercatore non può restare al livello del linguaggio ordinario, e deve capire cosa i suoi informatori vogliano veramente dire quando dicono quella cosa. (Nota: ho fatto l’esempio della sedia perché attorno a questo banalissimo oggetto si è sviluppata la più bella dimostrazione empirica – a mia conoscenza – del fatto che abbiamo schemi 51WhK+VM0ML._SX329_BO1,204,203,200_mentali differenti anche su referenti d’uso quotidiano: cfr. Alberto Marradi e Maria Fobert Veutro, Sai dire che cos’è una sedia? Una ricerca sulle nostre capacità di esplicitare le nostre conoscenze, Bonanno ed., Acireale-Roma 2001). Se questo è vero per ogni ricercatore, lo è un po’ di più per il valutatore, in particolare se intende ricostruire la cosiddetta ‘Logica (o: Teoria) del programma’ (Weiss; Chen e Rossi). Vale a dire: il Programma che devo valutare è quella cosa complessa e multidimensionale che sta nella testa dei suoi protagonisti, e non tanto e solo la sua delibera istitutiva, il testo cartaceo che lo descrive, o altri simulacri retorici di questo genere. Ma gli attori rilevanti nel programma che devo valutare sono tanti e diversi, esprimono idee, valori e teorie differenti e spesso inconciliabili; a chi dar fede? Come arrivare – se possibile – a una sintesi condivisa? E’ di solito a questo punto che il valutatore ingenuo organizza il suo bel focus, fa chiacchierare un po’ i diversi attori, e poi fa una sintesi (la fa lui, a sua discrezione) di quanto emerso; o, se è più smaliziato, propone agli stessi attori non già un focus ma una tecnica che produce risultati più strutturati e formalizzati: per esempio una Nominal group technique, o una Scala delle priorità obbligate, così è più certo di avere ottenuto un consenso nel gruppo. Ebbene: non sono proprio sicuro che si ottenga un consenso nel gruppo, anche se apparentemente è così, ma questo lo vedremo nel prossimo capitolo.

L’equivoco del consenso nel gruppo

Uno degli equivoci tipici sulle tecniche di gruppo è quello del consenso. Occorre segnalare un errore diffuso: alcuni autori scotomizzano le problematiche epistemologiche connesse all’uso delle tecniche basate sui gruppi e ritengono che esse siano affidabili (o valide, o producenti informazioni fedeli, o attendibili), semplicemente perché si arriva a un consenso fra i partecipanti. L’equazione è la seguente:
se diversi osservatori che analizzano un fenomeno lo descrivono nello stesso modo, è molto probabile che tale osservazione risulti attendibile (Giovanni Bertin, “Un modello di valutazione basato sul giudizio degli esperti”, in La valutazione come ricerca e come intervento, a cura di Claudio Bezzi e Marta Scettri, Irres, Perugia 1994. Anche in Giovanni Bertin, – a cura di -, Valutazione e sapere sociologico. Metodi e tecniche di gestione dei processi decisionali, F. Angeli, Milano 1995).
Questa affermazione, quale criterio di affidabilità, è da rigettare completamente per le seguenti ragioni:
  • si tratta di un asserto non argomentato e connotato da un’ideologia partecipazionista che non è supportata da riscontri empirici, e che contrasta anche con il buon senso (abbiamo tutti esperienza di gruppi, o folle, compattamente auto-esaltati e auto-diretti verso finalità e idee errate);
  • il consenso esprime indicazioni – che un ricercatore esterno può registrare – sui meccanismi di gruppo che hanno portato a tale consenso, e non certamente sull’oggetto attorno al quale il consenso è stato formulato, oggetto che non è empiricamente messo al centro del processo gruppale se non come rappresentazione, come simulacro, ricordo, fantasia;
  • a ragione del fatto che le tecniche non sono affatto neutrali, e che il ricercatore/facilitatore può giocare un ruolo anche pesante nell’orientamento del gruppo, occorrerebbe fare una tara sul presunto consenso e sulle dinamiche attraverso le quali sia stato raggiunto, in parte spontaneamente o con sollecitazioni del facilitatore;
  • il consenso non è affatto sempre raggiunto, ed esistono exit strategy – piuttosto generiche – per i facilitatori; p.es. nell’NGT (cui si riferisce la precedente citazione di Bertin) dopo avere cercato il consenso (su una precedente votazione con esito non consensuale), se il gruppo continua ad avere opinioni diverse non lo si fa ridiscutere e rivotare e si registra il valore diverso dei due sotto- gruppi, oppure ci si accontenta di un valore centrale (Bertin, 1989, 106; Bertin, 1995, 76; Porchia, 1996, 86); non spiegare perché a un certo punto, semplicemente, ci si ferma, contrasta ovviamente con la premessa sul consenso come fonte di affidabilità, e le exit strategy suggerite e adottate sembrano più un modo per chiudere in qualche modo una discussione che diverrebbe improduttiva.
E’ indubbio invece che la citazione precedente assume un’altra valenza nelle sue conseguenze, se esplicitamente legata al contesto e alla cultura organizzativa locale: quel gruppo di esperti, relativamente a quel dato contesto organizzativo, esprime probabilmente un’ampia porzione di decisori, di gestori, di operatori leader che – nei fatti – sono l’organizzazione, stabiliscono la decisione, orientano il processo, ed è conseguentemente ovvio che se si arriva a un consenso fra costoro si può presumere che le cose stiano (per loro) effettivamente così e quindi (essendo loro i leader) le cose siano così per il mondo intero. Ciò ovviamente avrà più significato per consensi intorno a procedure e descrizioni operative, che non rispetto a valori, opinioni, concetti astratti. Ma dobbiamo lasciarci andare con più tranquillità al dubbio fecondo, anziché rifugiarci in sicurezze di piccolo cabotaggio: anche nell’accezione più ridotta e contestuale che proponiamo, quale consenso otteniamo veramente? Su che cosa? Osserviamo quanto segue:
  • il consenso nasconde molte volte acquiescenza, passiva complicità, dissimulazione, niente affatto produttiva per le finalità valutative (Schiefer, 2004);
  • permane il dubbio se la partecipazione riproduca i punti di vista e i valori degli attori coinvolti, oppure semplicemente costruisca un nuovo costrutto discorsivo semplicemente tautologico (Pawson, 1996)
  • il ruolo del valutatore/facilitatore, come già accennato, può essere rilevante e non pare mai sufficientemente sottolineato che
I ruoli giocati da un valutatore in una data situazione dipenderanno dagli scopi della valutazione, dall’insieme unico di condizioni che si trova ad affrontare, e dalle sue personali conoscenza, competenza, stile, valori ed etica (Patton, 1998, 136; in grassetto nel testo originale). Ecco perché insisto molto sul valore solo contestuale del prodotto di queste sessioni con esperti. Contestuale non significa di scarso valore, ma significa “legato al contesto”, valido (nel senso discusso sopra) per quegli attori, e quindi non generalizzabile al loro esterno.

Sintassi, semantica e pragmatica nel gruppo

Il gruppo di lavoro (p.es. nel caso di un focus group) produce testi (discorsi, dialoghi, semplici frasi e battute, generalmente registrati, o sintetizzati, e analizzati con tecniche di analisi del contenuto, con approcci ermeneutici o in altri modi che comunque siano idonei a trattare, appunto, ‘testi’. Se i gruppi producono testi è lecito proporre una riflessione linguistica secondo le tre principali dimensioni della sintassi, della semantica, della pragmatica. Questa prospettiva di analisi ci rivelerà molto di quanto concretamente si produce nei gruppi. Mi aiuterà nell’esposizione una serie di figure dal valore ovviamente simbolico e di ausilio didattico (che fa riferimento a un caso concreto di valutazione in un servizio tossicodipendenze, ma credo evidente che i principi valgono per qualunque tipo di situazione). La riflessione è lunga e la devo dividere in tre parti. Iniziamo dalla sintassi. Nel linguaggio ordinario interagiamo continuamente senza apparenti problemi nell’illusione che la comunicazione fra noi funzioni come illustrato nella figura. 5 Linguaggio è metodo.001.jpeg Questa figura rappresenta una situazione di questo genere: chiamati a discutere su cosa  si debba intendere (per esempio) con “[giudizio sull’]esito del trattamento delle tossicodipendenze”, una serie di attori diversi per ruolo e competenza (qui simbolizzati classicamente da un decisore, un operatore un utente) si trova apparentemente a esprimere lo stesso concetto, descritto in modo identico, per esempio: /efficacia del trattamento/ : “diminuzione dei comportamenti compulsivi relativi all’assunzione di droghe”. 5 Linguaggio è metodo.002.jpeg Figuratevi la scena, immaginatela come un film:
  • facilitatore: “Come definireste ‘efficacia dell’esito del trattamento’?”
  • psichiatra di un Sert: “Secondo me può essere definita come ‘diminuzione dei comportamenti compulsivi relativi all’assunzione di droghe’, nel senso che se – dopo il trattamento – l’utente assume meno sostanze, ha meno atteggiamento antisociali, e così via, possiamo dire che il trattamento è stato almeno in parte efficace.”
  • rappresentante di un’associazione dei familiari: “Sì sì, sono d’accordo, il problema è almeno diminuire i comportamenti compulsivi di aggressività e auto-aggressività.”
  • il Direttore sanitario dell’ASL: “Certamente, questo è scritto anche nei nostri obiettivi di salute.”
  • il facilitatore, dando uno sguardo circolare a tutti: “Quindi siete tutti d’accordo? Tutti intendiamo ‘efficacia del trattamento’ come ‘diminuzione dei comportamenti compulsivi relativi all’assunzione di droghe’? Bene, passiamo al prossimo punto…”
In questi casi, nella sua relazione finale, il facilitatore scriverebbe che si è registrato ampio consenso su questa definizione, ma questa affermazione potrebbe non corrispondere al vero perché, fin qui, siamo rimasti su un piano lessicale e sintattico: i partecipanti a quella riunione hanno dichiarato di condividere quelle parole, organizzate in una struttura di significato in quel modo, ma non abbiamo nessuna informazione sul carattere connotativo attribuito, sui significati profondi che ciascun attore attribuisce a tali parole. I partecipanti usano parole che riconosco in quanto usuali nel loro contesto, in frasi di cui riconoscono la plausibilità generale, e concordano fra loro sul piano lessicale e sintattico senza alcuna garanzia che intendano parlare delle stesse cose. Ciò avviene regolarmente nei focus group, che si fermano a tale livello, e che pertanto sono utili solo a un livello esplorativo generale. L’interazione nei gruppi è qualcosa di assai maggiore di quanto registrabile nel solo piano sintattico, visto fin qui. Proseguendo con l’esempio precedente l’esplorazione potrebbe condurre facilmente – dopo la discussione in seno al gruppo – a capire come “diminuzione dei comportamenti compulsivi relativi all’assunzione di droghe” può includere oppure no diverse componenti (le potete chiamare ‘dimensioni del concetto’), poniamo A. comportamenti sociali (aggressivi oppure no, antisociali, etc.); B. frequenza dell’uso e/o passaggio a tipi di assunzione meno dannosi (diminuzione/aumento dell’uso, passaggio da endovena ad altre assunzioni, etc.); C. gestione del programma educativo (volontà/capacità di seguirlo, eventuali abbandoni, etc.); D. elementi personologici. Naturalmente non solo il concetto generale /diminuzione dei comportamenti compulsivi/ può essere nella realtà inteso differentemente (probabilmente è difficile che un concetto complesso e multidimensionale sia inteso come semanticamente identico), ma anche le selezione e definizione delle sue principali dimensioni costitutive (A, B e C dell’elenco precedente) potrebbe apparire molto simile e condivisibile, grazie ad accordi meramente sintattici che poco hanno a che fare con le rappresentazioni mentali sottostanti, come illustra la figura. 5 Linguaggio è metodo.003 Ciò che viene rappresentato simbolicamente in figura è una parziale identità – puramente lessicale e sintattica – delle dimensioni. Voglio dire: anche una superficiale esplorazione del concetto potrebbe portare a concludere, “consensualmente”, che il concetto precedente è declinabile in A, B, C. Ma guardiamo bene la figura. Un passo avanti è l’approfondimento degli spazi semantici sottesi al concetto e alle sue dimensioni; in questo modo si invitano gli interlocutori a chiarire i significati delle loro espressioni, a esplicitare la loro agenda, le priorità, i valori, e a confrontarli con quelli degli altri. Nella rappresentazione simbolica della figura tale esplorazione porterebbe i diversi attori, per esempio, a sostenere che sì, tutti e tre riconoscono la stessa (lessicalmente e sintatticamente la stessa) dimensione A, ma dando ad essa significati (estensioni) e connotazioni (intensioni) differenti, forse per parti trascurabili ma forse anche per componenti rilevanti. Per complessificare la figura ho proposto l’Attore 2 che non riconosce la dimensione B come pertinente il concetto, e l’Attore 3 che ne include invece una quarta (D, corrispondente al quarto elemento dell’elenco sopra). Questa che chiamo “esplorazione semantica” era inizialmente partita da un macro-concetto (‘diminuzione dei comportamenti compulsivi’, al fine di valutare l’efficacia del trattamento) espresso in maniera identica, ma scavando ci si accorge che estensione ed intensione del concetto e delle dimensioni che (forse, per alcuni) ne sono parte, differiscono, e neppure di poco. Fra le tecniche più utili per accompagnare un gruppo in questo percorso c’è sicuramente il Brainstorming valutativo. In questi casi si ottiene prima un riconoscimento delle diversità (le diverse “coperture semantiche” dei concetti e dimensioni utilizzati dai diversi attori, come illustrato nella figura sottostante), per tentare poi un avvicinamento reciproco costituito da un allargamento o da un restringimento o da un riposizionamento dello spazio semantico originariamente percepito da ciascuno tramite particolari azioni dialogiche in seno al gruppo. Così espresso, tale spazio semantico appare come un pezzo di gomma flessibile che si può materialmente tirare o comprimere. Dovrebbe essere ovvio che utilizzo un linguaggio figurato, e figure simboliche, per esprimere concetti altrimenti complicati. In realtà quello che si modifica non è l’uso espressivo (che è la manifestazione finale di un processo già avvenuto) bensì lo schema mentale che lo genera; tale schema mentale, secondo Neisser (Ulric Neisser, Conoscenza e realtà, Il Mulino, Bologna 1993), è una struttura che indirizza il nostro agire percettivo capace, però, di continui adattamenti in relazione al contesto; nella situazione dialogica di un gruppo il micro-contesto situazionale convoglia informazioni e stimoli rispetto ai quali gli schemi cognitivi dei partecipanti reagiscono (in modi diversi) anche con eventuali adattamenti. Questo meccanismo può spiegare in maniera soddisfacente alcuni processi dei gruppi, e le ragioni di eventuali convergenze. Diversi studi sono comunque cauti sul valore di questa coincidenza, o quanto meno di questo avvicinamento che gli attori sociali raggiungono nel corso di queste azioni. Potrebbe anche succedere, infatti, che l’accordo sia forzato, frutto di convenienze immediate e stanchezza, trascinato da figure leader, etc. Si può (e si dovrebbe) fare un passo in più rispetto a sintassi e semantica (viste fin qui), anche perché la sola esplorazione semantica può facilmente portare – come accennato sopra – ad apparenti consensi (che si giocano – se apparenti e non reali – su una regressione al piano sintattico). Bene o male l’esplorazione semantica viene realizzata con codici che, una volta esplicitati, possono essere manipolati; chi ha più capacità verbale, chi gioca un ruolo di leader nella sessione di gruppo e – sopra a tutti – il più grande dei manipolatori, il facilitatore, possono indirizzare un gruppo verso una certa qual convergenza su alcuni elementi (sempre per come rappresentati sul piano lessicale e sintattico), sulla scotomizzazione di alcuni altri e l’eccessiva attribuzione di importanza di altri ancora. Insomma: questo passo in più può arrivare attribuendo meno importanza al consenso, alla convergenza verso concetti condivisi, e accettando invece la pluralità dei possibili significati. Nel lavoro sulle tossicodipendenze dal quale ho tratto le figure utilizzate sopra era emerso immediatamente che attorno al concetto di /efficacia del trattamento/ gravavano due grandi ostacoli:
  1. le diverse appartenenze a comunità di pratiche professionali e disciplinari: ciò che costituiva /efficacia/ per il medico (e in buona parte per l’infermiere) non era affatto lo stesso indicato dallo psicologo né dall’educatore (e per l’assistente sociale); nessuno aveva torto e tutti ragione, ovviamente, perché in realtà i loro concetti (‘tossicodipendenza’, ‘disagio’, ‘malattia’, ‘cura’, …) hanno estensioni ed intensioni affatto diverse e in parte irriducibili;
  2. il differente assetto valoriale (questa dimensione è trasversale alla precedente) per cui si può essere “di destra” e “di sinistra” anche nell’approccio alla cura e nel caso – fortemente  ideologizzabile – delle tossicodipendenze è ben noto che per qualcuno l’efficacia si vede nel momento in cui l’ormai divenuto ex tossicodipendente non assume alcuna sostanza da almeno sei mesi, mentre per altri l’efficacia è data dalla manifestazione di minore aggressività, dal passaggio – per esempio – dalla sostanza iniettata a quella inalata, etc.
Queste due dimensioni creano un mosaico inestricabile di posizioni via via differenti: la prima, non ideologica ma ontologica, non può assolutamente essere messa in discussione in un’ottica di pluralismo dei saperi, delle competenze e dei vissuti, mentre la seconda è semplicemente sciocco discuterla perché chiunque – valutatore incluso – è portatore di ideologie (se non vi piace ideologie: di valori), e qualunque intervento, per quanto argomentato, aggiunge semplicemente altre stratificazioni ideologiche, come tali viste con sospetto da chi non le condivide. Ecco perché, in conclusione di questo testo, ci volgiamo verso la pragmatica. L’idea della pragmatica è relativamente semplice: oltre a significati, i concetti hanno anche usi; non ipotetici. Essi sono effettivamente usati in contesti sostanzialmente ristretti, fra affini per cultura, per disciplina, per appartenenza istituzionale. Quest’ultima sarebbe una terza dimensione da aggiungere alle precedenti due. Anni fa, sempre sul tema delle tossicodipendenze, ho avuto modo di organizzare diversi tavoli in cui i partecipanti erano per lo più assistenti sociali o altri operatori sociali, tutti professionalmente coinvolti nelle tossicodipendenze, tutti della stessa provincia (ogni tavolo era organizzato in una provincia diversa della stessa Regione); ebbene è stato molto rivelatore come gli operatori dei Sert (servizi pubblici delle Asl) non riuscissero a  comprendersi con quelli dei Not (Nuclei Operativi Tossicodipendenze delle Prefetture) e delle comunità di recupero. Il “non capirsi” aveva a che fare con stereotipie reciproche, radicati sensi di identità istituzionale, atteggiamenti verso il problema della tossicodipendenza e molto altro. In altri termini: usi diversi dei concetti, oltre che significazione diversa dei linguaggi. Quindi: può valere la pena, anziché cercare di far convergere il gruppo verso un consenso che potrebbe essere effimero, cercare di preservare le differenze, e vedere se possono servire per una valutazione e un intervento flessibili e differenziati. 5 Linguaggio è metodo.004.jpeg La figura ripropone, con tre tonalità di colore, quella che nella figura della nota precedente era emersa come dimensione A. Le tre sagome differenti (a rappresentare tre concettualizzazioni diverse da parte degli attori) sono state sovrapposte per individuare – simbolicamente – una parte (quella centrale) che possiamo immaginare come un uso – questo sì – condiviso del concetto (è inimmaginabile che i diversi operatori del Sert non abbiano una base condivisa, per quanto ridotta, sul piano semantico e pragmatico); alcune parti sono parzialmente sovrapposte, da soli alcuni attori e altre appartengono invece solo a uno di loro. A me appare chiaro il possibile uso di questo approccio sia per la ricerca sociale (che così si predispone in modo aperto verso le diverse significazioni che incontra) sia per quella valutativa (in grado di cogliere con maggiore ampiezza e libertà quelle differenze che sono spesso cruciali), ma qui mi basta avere sottolineato il fatto che il consenso nei gruppi – sotto il profilo linguistico – può essere un fattore lessicale e sintattico di scarsa utilità se non si va oltre, con l’esplorazione semantica e – ove possibile – con un’adeguata attenzione pragmatica. Claudio Bezzi, 27 Febbraio 2018

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