Serve una casa per i valutatori

Serve una casa per i valutatori

Scheda
Rilevanza teorica
Complessità concettuale e/o operativa
Completezza dell'articolo

Sarebbe ora di fare chiarezza dentro l’Associazione che dovrebbe rappresentare i valutatori italiani.

Dove sono i valutatori italiani?

Sicuramente non nell’AIV, l’Associazione Italiana di Valutazione da me fondata con un percorso iniziato nel 1994, e da me abbandonata dopo un’altro e più drammatico percorso nel 2013.

Più e più volte il problema è stato posto nell’Associazione; certamente da me fra gli altri: dove sono i valutatori? Intendo dire: quelli che fanno valutazione, i professionisti. Indubbiamente ce n’è un gruppetto in AIV, c’è sempre stato, ma l’AIV si connota come associazione essenzialmente accademica, che allontana i professionisti dal proprio alveo. Quelli che ci sono sono per lo più giovani che sperano di trovare una comunità di pratiche (e che, delusi, generalmente se ne vanno dopo un po’), piccoli ufficiali di collegamento con alcune società che tengono iscritto un collega tanto per vedere se accade qualcosa di rilevante, e un minuscola pattuglia di poche società – vorrei quasi dire di una sola – che da sempre detiene una specie di golden share non ufficiale.

In realtà le centinaia di professionisti che lavorano in società di consulenza o privatamente esorbitano di almeno dieci volte il numero degli attuali (pochissimi) iscritti, e mi sono tenuto basso. Perché l’Associazione dei valutatori non attrae?

Proprio perché non è affatto dei valutatori bensì di valutazione; non dei professionisti ma di un’idea culturale astratta che – proprio in quanto tale – ama il salotto delle citazioni forbite ma non capisce proprio, e forse schifa un pochino, la strada della pratica. Notate che quando immaginai l’Associazione la pensavo come network di professionisti, aperti (non volevo fare una lobby) agli accademici come agli operatori pubblici proprio per le necessità del fare, che deve confrontarsi col sapere valutativo come coi decisori e committenti. Poi, per un’alchimia di cui solo in seguito ho capito la gravità, qualcuno propose di cambiare, l’AIV è diventata un’associazione solo culturale e si è comportata di conseguenza. Queste cose, e altre, le trovate diligentemente raccontate nella mia Storia dell’AIV e potete controllare.

Non sono mancati i tentativi di rimediare; in particolare durante la mia presidenza ho cercato di cambiare lo Statuto e l’impronta dell’AIV per favorire l’ingresso dei professionisti, ma non c’è stato nulla da fare; tutte le novità che avevo introdotte (inclusa una maggiore trasparenza, una rotazione delle cariche e altro) sono state rapidamente cancellate dai direttivi successivi; trasparenza e rotazione delle cariche per prima cosa, infatti ai vertici di AIV, collana di libri e rivista ci sono sempre le stesse persone da oltre vent’anni; sempre loro: un piccolissimo gruppetto di accademici e i loro discepoli e famigli (giovani a caccia di un dottorato, per esempio).

Perché è accaduto questo? C’è una ragione culturale generale e una di opportunismo spicciolo. La ragione generale è che spesso questi accademici non hanno mai fatta valutazione vera e non riescono a capire minimamente cosa ciò significhi. Loro vi diranno il contrario, naturalmente, perché credono che dare una tesi su un tema valutativo fornendo qualche consiglio sia fare valutazione; credono che aiutare il giovanotto o la giovanotta di turno a redigere un questionario per quella loro tesi sia fare valutazione; credono che essere chiamati nel board altissimo, ministeriale e molto ovattato dove si esprimono due o tre pareri generici su una determinata valutazione, sia fare valutazione; credono perfino che avere aderito come Istituto a un bando valutativo, poi gestito da ex allievi, sia fare valutazione. Costoro non sono mai stati giornate intere coi committenti per capire cosa effettivamente volessero, non hanno mai sudato per disegnare una ricerca valutativa complessa e multimetodo per poi condurla personalmente, non hanno mai avuto versamenti di bile nel rapporto con la committenza in quell’attività che, sdegnosamente, una di queste colonne accademiche ha pubblicamente bollato come “consulenza”, mica valutazione! e pertanto indegna di essere considerata.

Poi c’è l’opportunismo. Molti membri di questo piccolo circolo hanno ampiamente beneficiato del loro ruolo ventennale per le carriere accademiche. Chi scalando i vertici internazionali, chi accontentandosi di regalare mediocri pubblicazioni ai proprio allievi, chi fregiandosi di dirigere una rivista di modesto (e assai sopravvalutato) prestigio accademico.

E così continuano a stare lì; continuano a fare, anno dopo anno, il loro bel convegno scimmiottatore di quelli accademici; scrivono libri abbastanza inutili; gestiscono una rivista poco attraente che esce quando può.

Considerate: qualcuna di queste cose vi è stata operativamente utile? Avete veramente letto un libro originale e innovativo, o solo volumetti buoni al massimo per raccontare una specie di “Storia del pensiero valutativo”? Trovate fondamentale la rivista (tranne che per pubblicare qualcosa voi stessi, ovviamente)? Trovate davvero che l’appuntamento annuale dell’AIV sia fondamentale (salvo se avete una relazione da presentare, ovviamente)?

Io sono convinto di no. La collana AIV è piena di mediocri lavori di amici e allievi degli amici e solo di quando in quando pubblica qualcosa che valga la pena leggere; la RIV pubblica qualcosa di interessante ogni tanto, per caso, e se interessa si può scaricare dal sito dell’editore anche senza essere soci… Non c’è nulla per i valutatori.

Eppure incontro spesso giovani motivati, professionisti desiderosi di apprendere e di fare rete. A loro non serve la passerella rituale del palco AIV ma una vera formazione, che non sia la lezioncina ma una mallevadura, una relazione fra senior esperti e junior desiderosi di apprendere, una rete di relazioni che scambi capitale sociale, una formazione sui casi concreti che sono metodo, sono cultura, ma è anche consulenza, gestione, comunicazione, relazione… C’è bisogno di un luogo dove i valutatori desiderosi e capaci di scambiare competenze si mettono al servizio di una comunità di saperi e di pratiche che riguardano anche la disciplina sui bandi, la redazione e il rispetto dei capitolati, la comunicazione della valutazione… Ecco perché, vent’anni fa, pensai subito anche ai professori e anche agli operatori pubblici, coi quale realizzare proficuamente questi scambi.

Nell’AIV non c’è mai stato tutto questo. Si è tentato di farlo, ma la ristretta lobby interna dei professori, che hanno trasformato l’Associazione in un circolo privato del burraco, è facilmente riuscita ad affondare tutto.

Eppure i valutatori devono trovare una casa.

La valutazione italiana è talmente fragile e arretrata che è indispensabile crescere, far crescere tutto un movimento a partire da zero o poco più. C’è un’ignoranza stratosferica nel metodo da parte di molti professionisti. Ci sono Amministrazioni che scrivono bandi e capitolati alla luce di “mode” nefaste. Ci sono operazioni di marketing sfacciate e scorrette. La valutazione in Italia resterà una fantasia, un piccolo Far West dove pochi fanno il loro mestiere come lo sanno fare, nell’indifferenza generale, e dove le nuove leve faticheranno a trovare spazi, e competenze.

E dove trovare questa casa se non nell’AIV, già esistente, recuperandola ai valori pre-fondativi, aprendola veramente ai professionisti, trasformandone la natura in luogo di reale scambio e crescita? E’ l’AIV che deve fare questo lungo passo, ma finché sarà in mano ai soliti professori e ai loro sodali questo non sarà possibile.

I valutatori professionisti devono lottare per la loro casa. Entrare nell’AIV e pretendere di essere ascoltati e valorizzati; cambiarne l’impostazione; ripensarne la formula; rifondarne l’editoria.

Noticina finale: poiché l’andazzo prevalente, quando uno le canta chiare, è di pensare che stia cercando un tornaconto: no, a me l’AIV non interessa più. Non entrerò mai in questa Associazione, non ho alcuna mira personale e sono felicemente pieno di lavoro e di idee senza aiuti e aiutini. Dopo la mia uscita dall’AIV speravo che ci fosse un rinnovamento. Ma che dico: un dibattito. Ma neppure, mi sarei accontentato di un chiarimento, un giro di telefonate… Ma poiché tutti, nessuno escluso, si è goduta l’uscita del rompiscatole per continuare a fare strame dell’associazione, senza neppure chiedere, senza interrogarsi, senza porsi un minimo dubbio, ecco: passato il debito tempo ho deciso di dare una chiusura alla vicenda.

Diciamo: è l’Epifania. In ogni senso.

Claudio Bezzi, 6 Gennaio 2018.

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6 replies

  1. Prof. quasi venti anni orsono ho iniziato a fare il Valutatore studiando sui suoi/tuoi libri.
    Mi sono iscritto all’Aiv perché c’eri tu.
    Ho visto che quello che scrivi è’ quello che è accaduto.
    Lo condivido in pieno.
    Ho provato a cambiare qualcosa con il lavoro serio e disinteressato fatto per anni per il Registro (non mi dilungo, che c’era ricorderà). Ma tutto è’ cambiato per restare uguale, anzi.
    Dopo vent’anni ho perso la speranza.
    Mi pare un po tardi per alzare la voce.
    Ognuno è oggi nella posizione che è’ riuscito ad ottenere da solo, chi c’è in quella che ha ottenuto con l’aiuto di chi lo ha aiutato per interesse corporativo, sorriderà pensando che domani è’ un altro giorno. Con tanta stima, Renato.

  2. Ero entrata in AIV affascinata dalle possibilità della Valutazione. Ci sono rimasta qualche anno ma poi ho capito che l’associazione era molto lontana dal mondo del fare, troppo accademica, e per la mia attività professionale inutile. Addirittura alcuni dei suoi membri chiesero a me opportunità di incarico!!!! Così non mi sono più iscritta.

  3. Caro Claudio, prendo e sottoscrivo del tuo testo in particolare le tue conclusioni: i valutatori professionisti devono lottare per la loro casa. Entrare nell’AIV e pretendere di essere ascoltati e valorizzati; cambiarne l’impostazione; ripensarne la formula; rifondarne l’editoria.
    Io sono una valutatrice libera professionista con tutto quel che ne consegue: pochissimo tempo a disposizione per riflettere oltre il lavoro, bisogno di confrontare le pratiche, aggiornarsi, trovare mercato, lavorare (e molto bene perché non ho nessuna sponsorship dietro), guadagnare quel tanto che mi permette di vivere con questa professione, attrarre e accompagnare giovani e entusiasti valutatori che vorrebbero accrescere la loro professionalità ma non sanno districarsi tra il dove, il “quanto costa” e il sarà veramente utile per me?. Quindi a me serve una casa, e condivido che questa debba essere l’AIV.
    Sono socia AIV da molti anni, mi sono iscritta al Registro dei valutatori professionisti, sono stata per alcuni anni coordinatrice del CESP (Comitato esecutivo soci professionisti) e insieme ad un gruppo di altri valutatori abbiamo movimentato la partecipazione dei soci nella fase pre-congresso AIV di Padova 2017. Ora sono nel Direttivo AIV.
    Entro nella questione dei doversi interessi tra accademici e professionisti in AIV. Certamente le due anime possono essere complementari l’una all’altra e sicuramente supportive e collaborative nella crescita della professione ma, giustamente, occorre che l’AIV rappresenti una casa per i professionisti con alcune azioni concrete. Credo ad esempio che occorre rifondare la formazioni per valutatori attraverso scambio di pratiche, tutoraggio, formazione d’aula…. Credo che l’AIV si debba esporre nel dire che i bandi pubblici sulla valutazione debbano contenere qualcosa che garantisca la qualità della valutazione (e non solo il massimo ribasso dell’offerta); credo ci debba essere un tentativo per far riconoscere la professione di valutatore all’interno dei repertori professionali (sai meglio di me che attualmente in alcuni elenchi nazionali di persone accreditate a fare valutazione prevale l’essere stato dipendente dalla pubblica amministrazione che l’aver fatto valutazione). E queste sono solo alcune delle azioni possibili. Il Direttivo da solo ce la farà a gestire questo passaggio di maggior concretezza? non credo e penso anche che non sia giusto che lo faccia da solo ma il Direttivo deve promuovere uno stile di maggiore partecipazione tra i soci perché per essere una casa, l’AIV, deve far sentire tutti partecipi. Speriamo che il prossimo Congresso, che si terrà a l’Aquila nei primi di aprile, possa essere un’occasione di confronto tra i soci maggiore di come lo è stata negli anni passati, credo d’altra parte che tutti i soci debbano dare un contributo fattivo, proponendo, criticando, sostenendo posizioni differenti.
    Grazie Claudio

  4. Carissimi, buongiorno.
    E’ un periodo che mantengo un atteggiamento di silenzio riflessivo sulla valutazione e sull’AIV, ma quello che avete appena scritto mi impone di esternare alcune riflessioni che, in parte, ho già esposto in AIV.
    Sono fondamentalmente d’accordo con tutto ciò che ho letto. Anche se negli ultimi anni, in verità, un tentativo di cambiare le cose è stato fatto sia dal CESP sia dal GT delle performance nella PA, anche se, quest’ultimo, in modo incompleto e monotematico.
    In questi anni mi sono convinto che la valutazione in Italia, diffusa prevalentemente negli ambiti legati alla pubblica amministrazione, sia vissuta come un fastidio (non voglio generalizzare, ci sono interessanti eccezioni, ma il modello idealtipico è questo). Un fastidio da sopportare necessariamente per non essere sminuiti nel contesto degli altri paesi della UE e nel resto del mondo; insomma più una moda, di stampo burocratico, da seguire che un vero strumento di miglioramento della società. Così è stato visto e introdotto dalla politica e dall’apparato. Gli indicatori di tale approccio sono evidenti: la normativa adottata, il sistema di reclutamento e nomina dei valutatori iscritti nell’albo nazionale, l’applicazione della valutazione nelle pubbliche amministrazioni, il sistema di reclutamento dei componenti del gruppo che si occupa di performance al DFP, i criteri di scelta delle persone che sono chiamate a svolgere le funzioni connesse alla valutazione nelle PPAA, ecc.
    Mi pare che la valutazione in Italia sia in mano a chi di Valutazione non sa molto. Infatti normativamente è inserita nel sistema dei “controlli” ed è interpretata come l’applicazione di una ricetta buona per tutte le stagioni da implementare automaticamente e asetticamente per il raggiungimento di un risultato, premiante o punente, dotato di oggettività, più retorica che di sostanza.
    Devo anche aggiungere che, tra le eccezioni, per quanto è di mia conoscenza, l’INVALSI sta adottando teorie e pratiche più interessanti e articolate che presuppongono almeno una riflessione metodologica di tutto rispetto (vedremo tra breve come verranno applicate).
    In questa situazione è evidente che l’AIV è lo specchio di quanto avviene. E’ altrettanto evidente, come avete osservato, che la presenza di due anime all’interno dell’associazione è dirompente se ognuna guarda e coltiva solo il proprio orticello. Così siamo tutti più deboli e non in grado di incidere sulle decisioni politiche e sulle formulazioni normative che regolano la costruzione del sistema valutativo italiano (ormai anagraficamente maturo per un salto qualitativo di non si vede però l’inizio).
    Devo aggiungere che altri, in abito valutativo, si muovono con pari difficoltà, anche se al loro interno esiste maggiore coerenza sistemica (vd. per esempio l’APCO di taglio più aziendalista).
    Mi sono convinto che alla base di tutto ciò opera il degrado generale delle idee, della riflessione etica e delle istituzioni che pervade il paese e di cui ormai tutti gridano il successo.
    E’ mio parere che un’associazione deve avere una sola “Anima”. Tutti devono operare per il bene comune e non per quello della categoria di appartenenza o dell’interesse specifico, altrimenti le anime in AIV sarebbero (o sono?) davvero numerose! Appartenere ad una comunità, per quanto mi riguarda, significa avere una identità comune in cui riconoscersi che è fatta, naturalmente nel rispetto delle specificità di ogni singolo componente, di condivisione dei fondamenti etici a cui si aderisce.
    Buona giornata a tutti.

  5. L’AIV è in decomposizione, ahinoi
    Claudio Bezzi ha messo in luce i problemi e lanciato temi fondamentali per tutti i valutatori (professionisti o meno)
    A seguire quanto ho scritto a tutti i soci il 9 marzo scorso via mail circa nuove candidature al costituendo direttivo del mese dopo.

    “……..L’importante è creare un “nucleo” di scienza e fantascienza.
    Con il mio gioco di parole, intendo dire che non è possibile attivare qualsiasi associazione senza qualcuno che sappia qualcosa di organizzazione.
    Questo è stato quasi sempre un gap di AIV, che non ha permesso la crescita dell’associazione.

    Non è in dubbio che il successo di una associazione si misuri con il numero dei suoi iscritti.
    Con AIV negli ultimi anni abbiamo toccato il fondo.
    Ed è spiacevole ricordare che qualcuno lo aveva detto ex ante.
    Basta ricordare che il sottoscritto, come ideatore e coordinatore del GT Valutazione delle performance della p.a. (oggi seguito dall’ottimo Vincenzo Lorenzini), ha dato all’inizio del mandato dell’attuale direttivo un portafogli di 50 soci iscritti allo stesso GT.
    Oggi pare che il numero totale dei soci in AIV non si discosti molto da tali numeri di 4 anni fa e relativi ad un solo GT.

    Tra l’altro i più sanno che mi era stato richiesto di entrare nel direttivo in corso, ma il disegno programmatico era per me fallimentare, solo scienza…
    Quindi feci un passo indietro, non prima di consigliare cosa avremmo dovuto fare come AIV.
    E non mi sbagliavo visti i risultati visibili a tutti.
    Ma non voglio infierire perché sarebbe poco elegante ed anche fuori luogo, sia perché stimo comunque il Presidente sia perché non conosco o conosco pochissimo il direttivo Marra. Come sono sicuro che tutti si siano comunque impegnati al massimo con le loro capacità e buoni propositi.

    Ricordo che circa 15 anni fa, in un’assemblea annuale AIV ci si lamentava del numero esiguo dei soci (allora eravamo circa 300!) e, un autorevole socio storico e fondatore di AIV, disse: “fino a quando AIV sarà un trampolino di lancio per le carriere universitarie, l’associazione non si radicherà mai a livello nazionale”.
    Sembrava una affermazione forte, acontestuale, ma con gli anni quelle parole sono diventate macigni per tutti ed i soci, ahinoi, dopo il mandato della presidenza targata Claudio Bezzi, sono diminuiti gradualmente ed oggi crollati.

    Non parlatemi di calo di iscritti per la crisi economica, queste sono, come dicono gli inglesi, “solo cazzate” (scusate la licenza linguistica).
    Io sono in altri organismi associativi, a pagamento e non, vi assicuro che le cose stanno diversamente: si cresce…
    Ad esempio AltroConsumo, con cui collaboro da molti anni, adesso sfiora i 400.000 soci: è una macchina da guerra a livello organizzativo ed ha anche contenuti. Loro hanno puntato ed investito molto sull’aspetto organizzativo, per creare le condizioni di aumentare il numero dei soci.
    Solo con i contenuti (“scienza”) non si cresce e si rimane soli, come i 4 gatti che siamo oggi e gli incontri/convegni da 20 persone.
    Quello che scrivo oggi, a malincuore, lo ripeto, perché già giratovi a tutti quattro anni fa, per cui non ci sono critiche ex post, ma la ragione trasparente di sapere prima e contribuire alla comune causa.

    L’importante oggi è non proseguire con gli stessi errori.
    L’importante è cambiare. Radicalmente.
    Io socio del 1999, negli ulti 4 anni non ho partecipato mai ad alcun evento AIV (non ho piacere a scriverlo), versando sempre la mia quota annuale per serietà e affetto verso una associazione a cui ho dato molto anni addietro (ed ho ricevuto in cambio l’amicizia di molti autorevoli soggetti che ancora oggi frequento in situazioni extra-AIV).

    I possibili soci si iscrivono se in cambio ricevono qualcosa di utile, mai pensato?
    Un aspetto fondamentale quando ci si iscrive ad un’associazione è la motivazione.
    Sappiamo motivare? E se sì su cosa e per quale target?
    Curiamo gli interessi di chi? Tutte le organizzazioni, ciclicamente, tendono a stabilizzare la propria vita e le attività in una dimensione ordinaria che se non rinnovata rischia di diventare decadenza. Per fronteggiare questi processi sono richieste nuove competenze e nuove capacità gestionali.
    Un ultimo appunto, a proposito di incongruenze AIV, è doveroso sull’Elenco degli OIV del Ministro Madia (uscirà a tal proposito nei prossimi gg un mio articolo su IlSole24Ore), senza tutela soci. Parlo dei limiti previsti per l’appartenenza a più OIV di uno stesso soggetto, contro gli indirizzi europei e con finalità insostenibili, in quanto si contrasta il diritto di operare liberamente alla comunità dei valutatori che sono professionisti “indipendenti”. Si ricorda che prima dell’istituzione dell’Elenco ministeriale (valido per lo Stato), il reclutamento dei valutatori era operato dai politici con discrezionalità, in assenza di requisiti di professionalità. L’indipendenza deve essere diffusa, come la cultura della valutazione, ogni limite arbitrario è sbagliato. Noi di AIV dovremmo saperlo.

    Ebbene, la comunicazione che AIV ha mandato al DFP non contiene alcun elemento di tutela per i soci valutatori in OIV, ma un generico rincorrersi di parole (scusate la franchezza).

    Una grande occasione persa (se non per aver fatto vedere di aver mandato qualcosa…).

    Concludo questo mio sproloquio d’amore aivino, dicendo che soprattutto, sono necessarie, visioni di medio-lungo periodo capaci di immaginare un futuro migliore per la propria Associazione e per tutelare gli interessi dei soci.”

  6. Caro Bezzi,

    mi dispiace leggere parole tanto critiche nei confronti di un’associazione che lei ha contribuito a fondare e cui ha dedicato tempo ed energie. Mi dispiace ma non mi stupisce; è già successo in AIV e per la verità in tutte le organizzazioni che conosco vedere persone che, a fronte di un logoramento di relazioni o constatando l’impossibilità di raggiungere i risultati sperati, decidano di cambiare strada o, usando la sua metafora, cerchino un’altra ‘casa’ più confortevole. È importante essere ottimisti.

    Da aprile scorso sono stata eletta Presidente dell’Associazione, dopo essermi candidata a questo ruolo e scommettendo sulla possibilità di dare un contributo al miglioramento di alcuni aspetti della vita associativa. Se è stata una incauta scommessa, lo vedremo abbastanza presto.

    In questa veste mi sembra quindi doveroso richiamare l’attenzione su tre critiche – scegliendo tra le molte che lei avanza – e che mi sembrano fondate su elementi di giudizio incompleti. Va da sé che questi elementi hanno più a che fare con l’AIV dell’oggi rispetto all’AIV di ieri.

    Il primo elemento riguarda la trasparenza delle cariche e delle attività. Dopo venti anni dalla sua fondazione per la prima volta l’AIV ha visto la presentazione di candidature individuali al consiglio direttivo, candidature che sono giunte in soprannumero rispetto ai posti disponibili, ciascuna accompagnata da alcune linee programmatiche. Il nuovo direttivo votato dall’Assemblea dei soci ha poi lavorato per un paio di mesi alla definizione di un programma di mandato, come sintesi delle diverse proposte individuali, che è stato discusso con tutti i soci prima di essere approvato e pubblicato. Forse non un sistema perfetto ma ha centrato l’obiettivo di mettere a confronto i soci, stimolandone la riflessione e il dibattito, le richieste e le proposte. Il tema della trasparenza, insieme ad altri forse più interessanti, è uno dei punti del programma 2017-2020 che invito tutti a leggere sul sito di AIV. È anche un programma valutabile: ciò significa che potremmo persino non essere in grado di raggiungere gli obiettivi che abbiamo definito. Non sarà comunque un problema: in questo caso, come può immaginare, abbiamo già deciso che daremo la colpa a chi ci ha preceduto.

    Il secondo elemento riguarda il rapporto sbilanciato tra interessi dei professionisti e degli accademici. A quello che ha già detto Pina in un commento precedente aggiungo che a mio parere, più che di un problema superato direi che è si è trasformato. Il nuovo direttivo è formato da due ‘accademici’ e cinque ‘professionisti’, inclusa la sottoscritta. Al di là della prevalenza numerica, ritengo che il confine tra i due mondi sia molto più labile che in passato. Solo per fare un esempio, sono molti gli accademici che oggi sono membri di OIV, svolgendo un’attività chiaramente di tipo professionale. Nello stesso tempo molti ‘professionisti’ intrattengono rapporti più o meno continuativi con le università, anche per il vantaggio curricolare che ciò spesso comporta. In breve: i reciproci interessi sono molto intrecciati e due del direttivo, insieme a una nutrita squadra di soci, stanno lavorando perché AIV sia in grado di dare una risposta più attuale a queste necessità.

    Il terzo elemento riguarda l’accusa di essere una lobby ristretta del burraco. Per adesso rassicuro lei e gli altri valutatori in ascolto che, pur volendo, non abbiamo ancora trovato il tempo di giocare a carte. Avremo però il tempo e sicuramente il piacere per un confronto sereno con chiunque abbia voglia di collaborare a rendere l’AIV più vitale e moderna, nella consapevolezza che in questa casa è possibile trovare riflessioni, esperienze e pratiche basate su diversi approcci e diversi settori. Chi vuole contribuire o semplicemente saperne di più ci scriva a segreteria@valutazioneitaliana.it.

    Invito inoltre le valutatrici e i valutatori desiderosi di presentare i loro lavori e le loro riflessioni a rispondere alla call for paper che scade il 2 febbraio: http://www.valutazioneitaliana.it/298/XXI-CONGRESSO-NAZIONALE-AIV-5-6-e-7-Aprile-2018.html?1228086148
    Arrivederci quindi al XXI Congresso AIV, che sarà organizzato all’Aquila dal 5 al 7 aprile prossimo, grazie alla preziosa collaborazione del Gran Sasso Science Institute.

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