Marradi e il rigore nel linguaggio

Per il rigore terminologico nel linguaggio scientifico e professionale

Alberto Marradi

Intervista di Claudio Bezzi (1996)

Claudio Bezzi: Il tema di questa conversazione è l’importanza del rigore nell’uso scientifico e professionale del linguaggio. Tenendo presente che i problemi sono di professioni e discipline diverse, che hanno elaborato storicamente dei linguaggi diversi, e l’uso casuale che si fa qualche volta a livello professionale di questo o di quel termine, spesso a scopi anche di marketing. Allora il primo problema è: è giusto, è necessario un rigore particolare nell’uso del linguaggio?
Alberto Marradi: Il linguaggio scientifico non è più preciso del linguaggio comune. E’ una tesi auto-gratificante sottoscritta a scatola chiusa da quasi tutti gli scienziati. Io l’ho controllata, quando potevo, per le scienze umane e l’epistemologia generale e si è rivelata completamente falsa; è una tesi ideologica. Non so se ricordi quel mio saggio su Teoria: una tipologia dei significati: lì io prendo da una parte i dizionari del linguaggio comune delle varie lingue correnti (italiano, inglese e francese) e vi trovo tre significati molto vicini del termine ‘teoria’. Invece nel mio schedario ho trovato una quantità sterminata di usi diversi del termine ‘teoria’ nelle scienze. Era un rapporto, se vogliamo quantificare, tra tre significati molto vicini e decine di significati anche lontanissimi. Lo stesso si può dire per ‘ misurazione ‘, lo stesso si può dire per ‘esperimento’. In un saggio successivo, che è intitolato Linguaggio scientifico o torre di Babele?, io analizzo le cause di questo fenomeno. Sostanzialmente, il linguaggio comune serve per comprendere gli altri. Se tu vai dal lattaio e gli dici “mi dia tre chili di carbone” lui ti dice che non ce li ha; se tu volevi due litri di latte, non raggiungi lo scopo. E quindi sei costretto a usare i termini giusti. Nel linguaggio scientifico non ci sono questi vincoli (non devi tornare a casa col latte), e le battaglie si vincono imponendo sul mercato i propri termini, o le proprie accezioni di termini già in uso. Questo porta a forzare esageratamente le estensioni semantiche di certi termini. I francesi sono maestri in questi giochetti (pensa a Barthes con ‘segno’, a Foucault con ‘violenza’): ma questi giochetti distruggono il linguaggio scientifico. Ci sono giochi semantici fatti per prestigio e giochi semantici utilizzati per fare una battaglia: ad esempio, il termine ‘teoria’ è stato gonfiato per odio ai neopositivisti, perché i neopositivisti non amavano questo concetto (tant’è vero che nei dizionari scientifici classici degli anni ’30 e fino al ’66 non c’era la voce Teoria); adesso tutti parlano di teoria. Ed ha esattamente la stessa funzione che due generazioni fa aveva ‘legge’.
Bezzi: Tu hai fatto un’affermazione all’inizio che credo interessante. Ecco, dicevi che il linguaggio scientifico non è più preciso del linguaggio comune. Allora se non è più preciso di quello comune perché aprire una battaglia – diciamo così – seppure ideale, per il rigore nel linguaggio scientifico?

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Claudio Bezzi e Alberto Marradi alla scuola estiva di Terravecchia, 2015

Marradi: Perché se io dico “ho trovato una legge per cui – parliamo di fisica – l’accelerazione è funzione della massa e del momento” e io intendo per massa una certa cosa e quell’altro intende per massa un’altra cosa e quell’altro ancora intende una terza cosa, non si può controllare la legge, perché per me sarà vera e per lui sarà falsa, visto che lui la controlla in un’altra maniera. Quindi ovviamente ci dovrebbe essere un giunto rigido almeno tra il mondo dei concetti e il mondo dei segni (termini). Il giunto non è rigido e non potrà essere reso tale. Però il maggiore accordo possibile sul significato dei termini dovrebbe essere perseguito, come ha tentato il Cocta, e come cercate di fare col Glossario nella Rassegna Italiana di Valutazione. Solo che una cosa è perseguire un obiettivo, e una cosa è far finta, ignorando le più clamorose prove contrarie, che l’accordo intersoggettivo sul significato dei termini ci sia, per non doversi porre il problema. Negli anni ’30-’40, c’erano nella comunità sociologica americana proprio dei committe per questi problemi, con operazionisti eminenti come Lundberg e Dodd. Ora sono spariti. Seconda osservazione: l’Unesco, negli anni ’50, cioè alla nascita, curava una rivista, intitolata International Social Science Bulletin; ho trovato dei numeri in cui, a puntate, emerge che avevano costituito dei gruppi locali – ce n’era uno della Svizzera tedesca, uno della Tulane University, uno francese (con, per inciso, Levi Strauss), uno inglese con nomi come Goldthorpe. Questi gruppi prendevano di petto una serie di termini e ogni gruppo nazionale o locale ne dava l’etimologia, i vari significati nella lingua e nella comunità scientifica di sua pertinenza, con citazioni, bibliografia, osservazioni spesso assai sottili e godibili. Questo negli anni ’50, dopo di che è finito.
Bezzi: E come te lo spieghi? Cioè, qual è la ragione culturale, scientifica …
Marradi: Perché si sta incialtronendo tutto. Se guardi per esempio i programmi televisivi si incialtroniscono ogni minuto che passa. Devo aggiungere che quando vado all’estero constato che in Italia e in America il processo è più virulento. Inglesi, francesi e soprattutto tedeschi si salvano ancora. Ma per quanto?
Bezzi: Si sperava che gli scienziati non fossero indifferenti a questi problemi…
Marradi: E invece no, è una speranza del tutto infondata. Prendi le vicende del Cocta, che è l’erede nel suo piccolo di questa grande tradizione. Era stato fondato da Riggs (americano), Teune (americano) e Sartori, italiano, che dominava intellettualmente e caratterialmente gli altri due – infatti è stato il primo presidente. Io assistetti da giovane al suo atto di nascita nel ’70, durante il congresso di scienza politica a Monaco di Baviera. Io c’ero, era il primo anno che lavoravo con Sartori. Si fosse reclutato qualcun altro! C’è stato un certo Lane, uno svedese che ha preso la presidenza come seconda generazione, ma praticamente già dal congresso dell’ISA di New Delhi, nel 1986, la sorte era segnata. Non c’erano le reclute, la partecipazione alle sessioni era occasionale. Anche a Madrid, nel ’90, si vedeva che non c’erano le reclute, perché il tema non interessava nessuno. Alle sessioni del Cocta, i presenti permanenti erano pochissimi. Gli altri fluivano, andavano e venivano a seconda dell’argomento: se si parlava di violenza veniva il giovanotto interessato al tema della violenza, e così via. A Bielefeld, nel 1994, nemmeno quello: io cercai di presentare all’inizio (ti puoi immaginare, in venti minuti), il mio discorso dei tre mondi [si veda: Referenti, pensiero e linguaggio, nota di Claudio Bezzi]: non gliene importò nulla a nessuno. E praticamente decidemmo lo scioglimento de facto del Cocta. Ci fu questo Turner che è uno che io avevo scoperto che era un ragazzo, adesso è diventato un luminare, che cercò di salvare il Cocta cambiandogli il nome, e centrandolo su theory, che adesso è di moda e quindi si “vende”. Io all’inizio ero ostile, ma alla fine mi resi conto che aveva ragione lui. Solo che mi spararono addosso i vecchi membri, i 2-3 superstiti della prima generazione, e non se ne fece nulla.
Bezzi: Domanda provocatoria. Poniamoci in un’ottica “darwiniana”. Voglio dire: se la comunità scientifica ha decretato la morte del Cocta, non può essere forse che è venuta meno l’attualità di questa problematica oggi? Qual è l’argomento che tu puoi invocare a difesa?
Marradi: La mia risposta è di parte. E’ chiaro che io sono un anti-quantofrenico, pur essendo uno che ha introdotto l’SPSS in Italia quando era la battaglia di frontiera. Adesso tutti, anche i neonati fanno analisi con l’SPSS, e non pensano più, cioè oramai sono americanizzati. Si pensa che il computer sia la scienza, e non c’è bisogno di occuparsi delle parole. Si sta andando verso la tecnologizzazione del lavoro scientifico; il mio manuale sarà una reazione decisa, il tentativo di fare l’appello agli ultimi brandelli di cervello ancora rimasti in giro, ma chiaramente è destinato a rimanere una voce di minoranza. Io mi sento esattamente come in questi film di fantascienza in cui il mondo sta scoppiando, e allora pochissimi prendono la navicella e navigano nello spazio alla ricerca di chissà cosa.
Bezzi: Adesso ti faccio una domanda cattiva (per modo di dire): perché questa è una risposta che va bene parlando alla comunità scientifica. Cioè tu da intellettuale, da scienziato, dici: guardate, io vi spiego il perché, all’interno di quella che è una logica che dovrebbe essere condivisa, io parto con la navicella. Parliamo adesso dei professionisti. Per dei professionisti, cioè per persone che campano vendendo ricerca sociale, demoscopica, o valutazione o quello che ti pare, dove può stare la necessità e l’attualità del rigore nel linguaggio e nei concetti? Cioè quale argomento riusciresti a trovare, tu Alberto Marradi, che stai in una provincia di significato ben precisa?
Marradi: Sì, come no. Ti rispondo con un articolo del famoso Geoffrey Alexander, uno dei nomi emergenti della sociologia americana. Piepaolo Donati lo invita a Bologna – primavera 1988 – a fare una sei giorni, veramente un tour de force di primissimo livello, in cui in sei giorni lui esponeva tutte le sue novità teoriche e le sue tesi. Il sesto giorno c’era la parte epistemologica, i suoi contributi epistemologici. Crespi ed io eravamo stati chiamati come discussant. E quindi lui mandò questo saggio, sull’importanza dei classici, in cui sosteneva una tesi che a me piacque e che feci sviluppare in una tesi di laurea: de facto – sosteneva Alexander -non c’è dibattito scientifico sugli asserti, cioè non si controlla la verità/falsità nel dibattito. Si litiga sui termini, si richiamano i classici, si fanno considerazioni di valore (la teoria giusta è questa perché è bene che sia così). Il controllo empirico, che è difficile, è una piccola parte. Cosa significa questo? Che la scienza non c’è. Con il laureando, che si chiamava Figàri, cercammo uno specifico dibattito scientifico sul quale controllare la tesi di Alexander. Lui trovò il dibattito sollevato da Sylos Labini col famoso saggio sulle classi sociali. Si dette un sacco da fare ma trovò sostanzialmente solo articoli banali su “Rinascita”; praticamente questa tesi da controllo epistemologico diventò l’analisi dei difetti, degli errori categoriali di questi autori che, in grande misura su “Rinascita”, dibattevano ideologicamente. Il problema non era l’ideologia, è che proprio non sapevano ragionare. Una tragedia, letteralmente. Quindi, abbiamo provato a controllare empiricamente la tesi di Alexander. Ma, almeno in italiano, non c’era nemmeno il materiale per controllare, da quanto le cose stavano male. Non disponendo di un riscontro empirico della tesi di Alexander mi limito a riaffermare la mia: per controllare empiricamente un asserto ci vuole un certo grado di accordo prima ancora che sulle tecniche, e sul modo di usarle, su cosa significa il termine tale e cosa significa il tal altro. Ecco, lì ha fatto un grandissimo danno Popper, sostenendo che si devono controllare gli asserti senza sapere che cosa significano i termini. Cioè con un illogismo mostruoso. Perché se tu dici “Garibaldi è morto di sonno”, e per Garibaldi tu intendi Bezzi e quell’altro intende Marradi, e per sonno tu intendi fame e quell’altro intende sete, può capitare che l’asserto risulti vero per te e falso per quell’altro. Per fare scienza bisogna mettersi d’accordo minimamente su cosa significano i termini con cui sono composte le affermazioni. Altrimenti si fa televisione.
Bezzi: Tu mi hai dato una risposta molto importante anche dal punto di vista della professione, che è alla base della domanda di prima. Perché il discorso del controllo diventa fondamentale. Cioè sostenere che un rigore nel linguaggio, un minimo accordo sul linguaggio serve per il controllo da parte della comunità scientifica – ma a questo punto da parte della comunità in generale – significa imporre anche a livello professionale – che è l’interfaccia della scienza – di sottoporsi a questo controllo, cioè di essere disposta a farsi controllare, cosa che chiaramente sta scomoda alla maggior parte di coloro che devono vendere il loro prodotto (e questa è una cosa di non trascurabile conto!). Ora, per arrivare adesso anche a una conclusione: il comitato redazionale della collana editoriale di cui tu sei direttore, ossia “Metodologia delle scienze umane” di Franco Angeli, sta facendo un pregevolissimo lavoro di costruzione di un “glossario”. Sarebbe molto bello se ci fosse la vostra disponibilità a dare per il Glossario della Rassegna Italiana di Valutazione questo vostro lavoro, le parole sulle quali avete concordato, per tentare di creare un dibattito; e man mano che lo aggiornate noi lo adeguiamo, raccogliamo sollecitazioni, cosa ne pensi?

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La primissima versione della Rassegna Italiana di Valutazione

Marradi: Questo glossario, come puoi immaginare, è una mia idea; con mia grandissima sorpresa (una delle rare volte che ho avuto sorprese positive) ha avuto una buona accoglienza ed è diventato uno strumento condiviso dal Comitato che sostiene e coordina la collana. Ricordo che il primo termine sul quale, con molto piacere, “persi” fu ‘modalità’, termine di origine statistica. Io preferivo usare ‘categoria’, che è un termine greco; ma immediatamente presi il mio libro Analisi monovariata, feci una ricerca su ‘categoria’, tutte le volte che era il caso lo sostituii con ‘modalità’. E da allora sto usando ‘modalità’, perché questo è lo spirito della nostra operazione. Io ritengo che le cose vadano organizzate così: c’è una famiglia di termini, con una intestazione, tipo ‘classificazione’, oppure ‘misurazione’, ‘scale’, ecc.; se ne prende una per una e si fa il gioco di Saussure, l’opposizione: se questo vuol dire questo, allora… e termini, accezioni consigliate, accezioni sconsigliate, accezioni banali. Naturalmente c’è un elenco di settori ancora non coltivati.

L'intervista si è svolta a Perugia l'1 febbraio 1996 ed è stata pubblicata sul n° 2, 1996, della Rassegna
Italiana di Valutazione


Categorie:Linguaggio

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